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Categoria: Patriarcato Page 2 of 3

LA CONVENZIONE DI ISTANBUL

testoLa Convenzione di Istanbul è un documento sottoscritto dal Comitato dei Ministri dei paesi aderenti al Consiglio d’Europa il 7 aprile 2011 nella città di Istanbul e aperta alla firma dall’11 maggio 2011. Il titolo completo del documento è il seguente: “Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica”.

Come si può leggere nel preambolo, gli Stati europei “condannano ogni forma di violenza sulle donne e la violenza domestica”, riconoscono che “la violenza contro le donne ha natura strutturale” ed è una “manifestazione dei rapporti di forze storicamente diseguali tra i sessi” e che un elemento chiave di prevenzione della violenza contro le donne è il “raggiungimento dell’uguaglianza di genere”.

cameraLa Convenzione è stata poi sottoposta a ciascuno Stato per la sua ratifica; lo Stato italiano ha ratificato la Convenzione di Istanbul il 19 giugno 2013, quinto dopo Turchia, Albania, Portogallo e Momtenegro. Alla Camera la ratifica è stata unanime, al Senato c’è stata una sola astensione.

Contro la ratifica della Convenzione di Istanbul si sono virtualmente agitati gli sparuti gruppi maschilisti che nei loro forum e blog hanno sputato veleno contro il Parlamento della Repubblica italiana; ma non è questo che ci preoccupa. L’agitazione nelle fogne misogine può solo intorpidire ancora di più le loro menti.

ad_1Ciò che è maggiormente preoccupante sono i concetti del medesimo tenore espressi da associazioni che hanno poi la pretesa di divenire interlocutori della politica per giungere all’approvazione di leggi che vanno a incidere sul diritto di famiglia e quindi proprio sulla diseguaglianza di genere, che è all’origine della violenza contro le donne, perpetuandola mediante il ricatto esercitato sulle ex-mogli tramite l’affidamento dei figli.

In primo piano nel contestare al Parlamento della repubblica italiana la ratifica dellla Convenzione di Istanbul è l’associazione Adiantum, come si può vedere negli screen shot.

 

ad_2La domanda, ovvia e retorica, è la seguente: può un’associazione che nega la violenza di genere, che pubblica false statistiche sulla violenza di genere sostenendo che sono più frequenti i casi di violenza femminile sugli uomini, che condanna la ratifica della Convenzione di Istanbul da parte dello Stato italiano, può questa associazione sedere allo stesso tavolo con i Parlamentari della Repubblica italiana e discutere progetti di legge che si occupano di modificare il diritto di famiglia, cioè proprio le leggi che influenzano i rapporti di forza tra i due sessi?
ad_3La loro ideologia è quella patriarcale, maschilista e misogina, che nega la violenza di genere e la violenza domestica, è cioè l’ideologia delle false accuse, e questa ideologia verrà naturalmente travasata nei loro progetti di legge.

Si verificherà quindi il paradosso che da un lato l’Italia ratifica la Convenzione di Istanbul e dall’altro approva leggi che nella sostanza vanificano gli impegni assunti di fronte all’Europa nel contrasto alla violenza di genere.

Una soluzione a questo pastrocchio tipicamente italiano può essere la seguente: ciascuna associazione che intende dialogare con le istituzioni su temi che incidono sui rapporti di forza tra i sessi (diritto di famiglia, diritti civili, ecc) deve sottoscrivere un documento di adesione ai principi della Convenzione di Istanbul e deve impegnarsi a modificare il proprio statuto sociale in quel senso (es: “Art. XX: l’Associazione aderisce e condivide i principi espressi nella Convenzione di Istanbul”).

Chi non lo fa è fuori per sempre da ogni dialogo con le istituzioni.

I MANDANTI DEI FEMMINICIDI E DEGLI INFANTICIDI

tirannosauroIn un precedente articolo ci siamo occupati della cultura, meglio sarebbe dire della sub-cultura, sottesa al fenomeno, ormai di estremo allarme sociale, della violenza contro donne e bambini.

Recenti fatti di cronaca e un articolo del blog Ricciocornoschiattoso ci spingono a ritornare sul problema, questa volta non utilizzando più l’eufemismo di ‘mandanti culturali’ ma il concetto di mandanti propriamente detti.

Sì, perché occorre ormai cominciare a chiamare le cose con il proprio nome; chi, singoli o gruppi, utilizzando la visibilità mediatica che gli viene fornita dai nuovi media (pagine facebook, blog, siti web) opera una sistematica distorsione informativa giustificando la violenza contro donne e bambini, agisce in realtà e nella sostanza come mandante di quella violenza.

Naturalmente, trattandosi di soggetti dalla psiche fragile e dalla facile querela (inconscio, malato … inconscio mancato ricorre al magistrato, ha sintetizzato mirabilmente lo psicanalista Giacomo Contri) non è possibile far nomi ma è facile per chiunque individuarli.

Questi soggetti, ripetiamo, singolarmente o in gruppo, sono usi trascorrere le loro giornate attaccati alla tastiera di un computer che in guisa di appendice utilizzano per spargere le proprie deiezioni sul web, forse in carenza funzionale di appendice più naturale e gratificante .

Loro tema preferito è il massacro virtuale di donne e bambini agito mediante la mistificazione informativa su casi di cronaca, la giustificazione a oltranza della violenza maschile attribuita sempre e comunque ai comportamenti femminili. Forniscono in questo modo il desiderato alibi agli uomini violenti: ‘non è una mia responsabilità ma è della donna’ che se la cerca, che mi violenta psicologicamente, ecc.

Ma se un uomo si sente violentato psicologicamente dalla sua donna le stia lontano, che senso ha desiderare di continuare a subire violenza psicologica? Bisogna essere proprio dei masochisti!

Se una donna si cerca la violenza, o lo stupro, uomini, se davvero siete uomini, statele lontani se non volete macchiarvi di reati gravissimi.

Ma la realtà è che non sono le donne che si cercano la violenza o lo stupro, sono gli uomini quelli a cui piace fare violenza sulle donne o stuprarle. Si tratta di uomini incapaci di altro registro comunicativo con la donna che non sia la violenza o lo stupro; retaggio del pitecantropo che si annida nelle loro menti malate, del sanguinario tirannosauro che ogni uomo in fondo è e dal quale lo tutela il processo di civilizzazione che, evidentemente, non ha ancora raggiunto i maschilisti misogini nostalgici del patriarcato.

LA PEDAGOGIA NERA DEL PATRIARCATO

pedagogia neraL’espressione pedagogia nera è stata coniata da una sociologa tedesca, Katharina Rutschky, che nella seconda metà degli anni ’70 del 1900 ha pubblicato un libro con questo titolo; in esso la Rutschky ha raccolto una serie di raccomandazioni pedagogiche in voga in Germania basate sui metodi pedagogici messi a punto nella prima metà dell”800 da un medico ortopedico e pedagogo, il Dr. Daniel Gottlieb Moritz Schreber (1808-1861).

La Rutschky ha ribattezzato questi metodi pedagogici con il nome di ‘pedagogia nera‘; i concetti della Rutschky sono stati ripresi da Morton Schatzman e da Alice Miller, ai cui lavori si rimanda per un approfondimento. L’obiettivo pedagogico del Dr Schreber era di rendere i bambini ubbidienti e sottomessi all’adulto, e a tal fine elaborò un complesso sistema educativo che avrebbe portato, secondo le sue stesse parole, a “una società e a una razza migliori”; società e razza, ce lo insegna la storia, che hanno dato vita alla dittatura nazista in Germania e ai vari fascismi in altri Stati europei.

Il sistema migliore per verificare la validità di un sistema pedagogico è vedere come sono cresciuti i figli di chi ha escogitato quel sistema. Il Dr Schreber ebbe alcune figlie femmine e due maschi; di una delle femmine si sa solo che subì un ricovero in manicomio per isteria, dei due maschi si sa qualcosa di più.

Il figlio maggiore, Daniel Gustav Schreber, studiò dapprima medicina, poi giurisprudenza, ma non riuscì a laurearsi e all’età di 40 anni circa si suicidò.

Il secondo figlio maschio, Daniel Paul Schreber, studiò giurisprudenza, si laureò ed ebbe una brillante carriera nella magistratura tedesca, sino a rivestire il grado di Presidente della Corte d’Appello di Dresda. All’età di 42 anni il Presidente Schreber venne ricoverato in una clinica per disturbi mentali; dopo la dimissione ritornò al suo incarico in magistratura ma all’età di 52 anni fu ricoverato per la seconda volta in manicomio dove trascorse il resto della sua esistenza sino alla sua morte.

Se questi cosiddetti metodi pedagogici, molto ben etichettati da una raffinata intellettuale come la Rutschky con il nome di pedagogia nera non hanno funzionato con i figli del suo inventore, il Dr Schreber, possono mai avere una funzione educativa? Possono solo educare alla violenza o alla pazzia.

I metodi della pedagogia nera sono ancora in voga? A vedere quel che accade quotidianamente a molti bambini si direbbe di sì.

In molte famiglie i bambini devono sottomersi alla volontà dei genitori, negli asili e nelle scuole devono spesso subire le angherie e le violenze degli adulti, nei luoghi religiosi molto spesso sono oggetto di violenza sessuale. Sembra proprio che nulla sia cambiato rispetto al 1800; la mentalità patriarcale, che ha partorito la pedagogia nera, sopravvive tutt’oggi.

Lo si osserva anche nel diritto di famiglia, stravolto da una legge patriarcale e adultocentrica come la 54/2006. Questa legge ha fatto aumentare notevolmente la conflittualità al momento della separazione coniugale; l’affidamento condiviso, previsto dalla legge, viene letto da alcuni padri come la possibilità di continuare a tormentare ex-mogli e figli con le proprie pretese, come una possibilità di continuare a mantenere una relazione violenta con loro mascherata da tutela dei diritti del minore. Sono gli stessi padri che hanno causato la separazione con il loro comportamento violento in famiglia, o che addirittura hanno abusato sessualmente proprio dei loro figli, che utilizzano questa legge contro le ex-mogli e i figli.

Ma non basta; il patriarcato ha escogitato un raffinato strumento di tortura per distruggere donne e bambini, si chiama ‘alienazione genitoriale’. Il suo inventore, il Dr Richard Alan Gardner (non certo il professore della Columbia Univesrsity per il quale si è spacciato per anni) dopo la laurea ha trascorso alcuni anni in Germania, dove ha svolto il servizio militare obbligatorio.

Non sappiamo quanto abbia giocato la conoscenza dei metodi della pedagogia nera nella formulazione dei concetti che lo hanno portato a proporre la sua teoria bislacca. Certo il concetto che i bambini devono essere grati al padre che li ha violentati non pare essere molto estraneo alla pedagogia nera. Così come il concetto che i figli non possano rifiutare la relazione con il padre, anche se violento, anche se abusante, perchè il padre è ‘il Padre’ (veementemente sostenuta dai tanti epigoni di Gardner) non è affatto estraneo alla pedagogia nera, anzi è da questa direttamente derivato.

 

NOTA BIBLIOGRAFICA

Shatzman M.: La famiglia che uccide. Feltrinelli, 1973.

Miller A.: La persecuzione del bambino. Bollati Boringhieri, 1987.

I MANDANTI CULTURALI DELLA VIOLENZA CONTRO DONNE E BAMBINI

femm_05L’aumento della violenza contro donne e bambini ha assunto negli ultimi tempi dimensioni preoccupanti, da vera e propria epidemia; non è ben chiaro quanto sia dovuto a un aumento reale di questa tipologia di reati e quanto invece all’emergere del sommerso, di una violenza che ha sempre avuto queste dimensioni ma sinora era misconosciuta, sottaciuta da una cultura che ha sempre voluto vedere nella famiglia, tradizionalmente intesa, un luogo di amorevole concordia. Se certe cose accadevano, in questo tipo di famiglie, era buona norma lavare i cosiddetti panni sporchi in famiglia, appunto.

femm_04Parallelamente a questo emergere di una violenza sempre maggiore, sempre più diffusa, sempre più interclassista (lo stereotipo dell’ubriacone che picchia moglie e figli ormai non regge più) si osserva il fiorire di soggetti (singole persone, blog, pagine facebook, forum di discussione) che improvvisandosi analisti di fenomeni sociali tendono a dare, della violenza su donne e bambini, una versione che vuole le vittime di violenza responsabili della violenza da esse stesse subita.

Singolare modo di ragionare del maschilismo e del patriarcato.

Io ti aggredisco ma sei tu responsabile dell’aggressione che subisci.

Io ti violento ma sei tu responsabile della violenza sessuale che subisci.

Io ti uccido ma sei tu responsabile della tua uccisione.

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Non si tratta di posizioni isolate ma, a leggere e seguire in rete blog e pagine Facebook maschilisti, ma parliamo anche di articoli sui media nazionali, si direbbe che sia in corso una vera e propria strategia della disinformazione e mistificazione sulle tematiche della violenza di genere, degli abusi sessuali sui minori, sull’omosessualità, ecc.

femm_03Certi titoli di articoli o certe argomentazioni sono difficilmente comprensibili secondo una logica normale, per nulla condivisibili, e paiono quasi essere parole d’ordine o slogan per incitare a una sempre maggiore violenza verso donne e bambini. Tali comportamenti richiamano quanto scritto da Elias Canetti a proposito della muta di caccia:

La muta vuole una preda: vuole il suo sangue e la sua morte … La muta si incoraggia abbaiando tutta insieme. Non si deve sottovalutare il significato di questo clamore, in cui si mescolano le voci dei singoli animali. È un clamore che può diminuire e di nuovo aumentare; ma non tace: esso contiene l’attacco”.

femm_02Chi scaglia materialmente l’arma destinata a uccidere la preda è una o poche persone; il clamore della muta ha la funzione di incitare all’attacco, all’aggressione, all’uccisione. Il clamore è il mandante dell’azione di caccia.

La disinformazione e la mistificazione che vengono fatte sulla violenza di genere e sugli abusi sessuali sui minori hanno il sapore di quel clamore che “contiene l’attacco” di cui ci parla Canetti; questi articoli, blog, forum che disinformano sono i mandanti culturali del femminicidio e dell’abuso incestuoso.

 

NOTA BIBLIOGRAFICA

Canetti E: Massa e potere. Adelphi, 1981.

VIOLENZA CONTRO LE DONNE E MEDIAZIONE FAMILIARE

stalker«Sono più vicino di quello che pensi, raggiungerti è questione di ore. Aspettami e arriverò».

«Ricordati queste parole: devi vivere come se dovesi morire domani. Ogni notte prima di addormentarti l’incubo della mia presenza ti farà desiderare di non essere mai nata».

«Per me sei già morta, devo solo seppellirti io ma a modo mio, e questa volta non sbaglierò».

Queste terribili frasi sono tratte dal libro “Confessioni di uno stalker pentito” e sono emblematiche del tipo di pensieri che attraversano la mente di uno stalker; la relazione di stalking non è una relazione di conflitto tra due persone per la quale si possa proporre un percorso di mediazione civile, o familiare nei casi di violenza in famiglia.

La stessa parola con la quale si indica questa relazione ci dice che non si tratta di un conflitto; stalking deriva dal verbo inglese to stalk che significa ‘braccare’, ‘perseguitare’, o nel linguaggio tecnico della caccia ‘fare la posta’; esattamente come il cacciatore che fa la posta alla selvaggina. Qualcuno penserebbe mai di proporre una mediazione civile, o familiare, tra cacciatore e selvaggina? Pensiamo di no.

Nello stalking avviene la stessa cosa: un persecutore, lo stalker, prende di mira una persona, di solito di sesso opposto, e inizia a perseguitarla mediante appostamenti nei luoghi che la vittima frequenta, telefonate, missive, SMS. Volendone dare una definizione più tecnica ci sembra tuttora valida quella dei Proff. Galeazzi e Curci, dell’Universtà di Modena e Reggio Emilia: “un insieme di comportamenti ripetuti ed intrusivi di sorveglianza e controllo, di ricerca di contatto e comunicazione nei confronti di una ‘vittima’ che risulta infastidita e/o preoccupata da tali attenzioni e comportamenti non graditi”.

Non può essereci nessuna mediazione in questi casi; l’unica cosa sensata da fare per salvare la vittima dal suo persecutore è quella di allontanare il persecutore dalla vittima. La mediazione, o altri percorsi psicologici comuni, andrebbero solo nella direzione di rinforzare i comportamenti persecutori, è un modo per perpetuare la violenza di genere.

Siamo sicur* che nessun* dei proponenti le petizioni che stanno girando nel web ha questo obiettivo, ma è quello che accadrà. Si chieda alle vittime di stalking se hanno voglia di incontrare i loro persecutori.

 

REFERENZE BIBLIOGRAFICHE

Mottola M. G.: Confessioni di uno stalker pentito. Baldini Castoldi Dalai Editore, 2011.

Galeazzi G. M., Curci P.: Sindrome del molestatore assillante (stalking): una rassegna. Giornale Italiano di Psicopatologia, n° 7 Fasc. 4, 2001.

Curci P., Galeazzi G. M., Secchi C.: Le sindrome delle molestie assillanti (stalking). Bollati Boringhieri, 22003.

LA STIRPE DI NEANDERTHAL (satira sociale)

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L’”Uomo di Neanderthal” è stata una specie che ha preceduto la Sapiens, è convissuta per un certo periodo con quest’ultima e poi pare che si sia estinta. Dotata di buone capacità tecniche pare fosse invece di scarsa intelligenza, o comunque incapace della funzione simbolica, espressione quest’ultima delle forme più evolute di intelligenza e forse il fattore che ha consentito alla specie Sapiens di sopravvivere ed evolversi.

Sull’estinzione del Neanderthal abbiamo dei dubbi, fondati non su ricerche paleontologiche ma osservando quel che accade nel web. Si osservano infatti dei soggetti singolari, provvisti di buone, se non a volte ottime, capacità tecniche di tipo informatico sprecate però in attività di nulla utilità se non quella connessa a un succedaneo godimento di natura masturbatoria. Ormai, presi nel loro insieme, costituiscono una sorta di continente spazzatura, come quello che si è creato al largo degli oceani.

Dalla mole dei loro copia-incolla internetici, dagli interventi pedissequi su ogni tipo di blog, pagine Facebook, forum, ecc, si direbbe che l’attività principale di questi soggetti sia il tastierismo compulsivo H/24; nessuna capacità di analisi di ciò che postano, nessuna capacità di critica, nessuna capacità metacomunicativa, solo la ripetizione ‘a pappagallo’ degli stessi identici concetti, ripresi e rilanciati più volte, come se non conservassero memoria di essi.

Queste limitazioni intellettive rimandano sicuramente alle limitate capacità intellettive dell’uomo di Neanderthal, per questo dicevamo sopra che dubitiamo della sua estinzione; sicuramente alcuni esemplari sono sopravvissuti in qualche nicchia dis-ecologica e si sono riprodotti giungendo sino a noi, forse non molto riconoscibili in base alle loro caratteristiche somatiche ma sicuramente riconoscibili in base alla loro scarsa dotazione intellettiva accoppiata alla notevole abilità tecnica come smanettoni informatici. Scarsamente acculturati, compensano la loro scarsa cultura con un narcisismo smisurato, presunzione e arroganza degne di miglior causa.

L’ultima neanderthalata, in ordine di tempo, inerisce una questione attinente la cosiddetta bigenitorialità, tanto amata dai sé-dicenti padri separati, novello status sociale per il quale nella scorsa legislataura avevano addirittura proposto un disegno di legge per tutelarsi dall’estinzione, meschinelli.

Uno di loro, un buontempone certamente, ha pensato di scrivere un articolo dal sottotitolo accattivante: Lo stato dell’arte in tema di domiciliazione dei figli di coppie separate. La rivista che lo pubblica non è proprio delle più prestigiose in campo scientifico, si tratta dell’organo ufficile della Società italiana di pediatria preventiva e sociale, comunque autorevole.

La valutazione della bontà di un articolo scientifico prevede ovviamente la valutazione della bibliografia citata, e qui caschiamo male perché l’autore dell’articolo per prima cosa cita un suo libro autopubblicato (sul modello gardneriano); facciamo pure questa concessione al narcisismo dell’autore e andiamo avanti.

La seconda citazione è di tutto rispetto: Battaglia M, Pesenti-Gritti P, Medland SE et al: A genetically informed study on the association between childood separation anxiety, sensitivity to CO2, panic disorder and the effect of childood parental loss (Uno studio geneticamente informato sull’associazione tra ansia di separazione del bambino, sensibilità all’anidride carbonica, disturbo di panico e l’effetto della perdita genitoriale nell’infanzia).

A un primo sguardo questa citazione non dovrebbe avere molta attinenza con il tema dell’articolo (la domiciliazione dei figli di coppie separate), ma andiamo a leggere come questa citazione entra nell’articolo; scrive l’autore (il buontempone di cui sopra): “il gruppo di studio di Battaglia ha dimostrato che «i bambini geneticamente predisposti sottoposti a traumi da divisione dai genitori – lutti o separazioni coniugali difficili – in tenera età, hanno elevate probabilità di soffrire da adulti di crisi di panico per un’azione modificatrice sui centri bulbari della respirazione»”.

Queste parole, e il periodare della frase, tipicamente neanderthaliano, ci hanno fatt* saltare sulla sedia; possibile che il Prof. Battaglia e i suoi collaboratori abbiano scritto queste cose? No, non le hanno mai scritte; siamo andat* a cercare il lavoro e queste cose non sono scritte nel lavoro originale (una disamina esauriente la si trova qui).

Per sovrappiù, il buontempone di cui sopra ha diffuso anche una traduzione in inglese del suo articolo e in questa, meraviglia delle meraviglie, il cognome del Prof. Battaglia diviene Battle; insomma, a farla breve, un pesce d’aprile fuori stagione. Ha confuso, manipolando ad arte, l’ansia da separazione con la separazione genitoriale, ha scambiato (ignoranza dell’anatomia umana normale? non crediamo, si tratta di un medico, e se non conosce l’anatomia stiamo proprio messi bene) i chemiorecettori carotidei (sensibili alla concentrazione di CO2 nel sangue) con i centri bulbari della respirazione. I primi si trovano nelle pareti delle arterie carotidi interne, nel collo, al di fuori del cranio, i secondi invece si trovano nel bulbo del mesencafalo, all’interno del cranio. Insomma un pastrocchio disinformativo incredibile.

Naturalmente questo articolo è stato ripreso da diversi neanderthaliani e spammato sui loro vari blog e pagine Facebook; di recente è stato ripreso da un altro neanderthaliano tipico che gestisce un sito da lui chiamato “La conoscenza”, parola che in neaderthalese significa invece “L’ignoranza”. Che dire, se amano nutrirsi di spazzatura sono problemi loro.

L’ESPERIENZA FRANCESE – V

cover_aConcludiamo per ora l’analisi dell’esperienza francese su affido condiviso e residenza alternata con un articolo di notevole interesse pubblicato nel 2010 dalla Rivista Actualité Juridiques Famille; gli autori sono rispettivamente un Giudice di famiglia del Tribunale di Nanterre e un Avvocato di Parigi.

Indicano in primo luogo alcuni criteri per concedere la residenza alternata, quali:

– la prossimità delle abitazioni dei genitori
– la disponibilità e la collaborazione dei genitori
– il bambino stesso
– l’accordo dei genitori.

Questi criteri sono cumulativi e l’assenza di uno di essi costituisce un autentico ostacolo alla residenza alternata.

Perché la residenza alternata abbia delle possibilità di successo, la comunicazione tra i genitori dev’essere non solo esistente ma ‘fluida’.
L’accordo tra i genitori è il criterio maggiormente determinante.

In conclusione:
La residenza alternata rimane una bella idea MA «in un mondo popolato da genitori concilianti» e «da bambini psicologicamente solidi».

BIBLIOGRAFIA

Chopin M, Cadars Beaufour C: Les limites de la résidence alternée. Les critères de la résidence alternée, une simple faculté offerte au juge. AJ Famille, n° 1, Janvier 2010.

L’ESPERIENZA FRANCESE – IV

université_GrenobleDi recente il Prof. Poussin ha chiarito in un’intervista il suo pensiero, proprio per mettere fine alla strumentalizzazione del suo testo.
Il Prof. Poussin spiega innanzitutto che dei 3.000 bambini da lui studiati nel libro del 1999 ve ne erano solo 17 in residenza alternata; afferma che se il bambino mostra di non tollerare la residenza alternata bisogna avere il coraggio di fare marcia indietro. Poi aggiunge che devono esserci condizioni precise per proporre la residenza alternata, prima fra tutte la non eccessiva distanza geografica fra le due abitazioni, in maniera che il bambino possa mantenere le sue abitudini (scuola, amici, ecc), poi il basso livello del conflitto genitoriale e infine l’età del bambino; conclude affermando che non bisogna separare il bambino di età inferiore a due anni dalla sua figura di attaccamento per più di 24 ore.

La residenza alternata pone degli interrogativi ai quali bisogna dare risposta, prosegue sempre il Prof. Poussin, bisogna analizzare le sue motivazioni più profonde.

Si tratta di un progetto comune?

È una soluzione per rivedere spesso il proprio ex-partner?

Una volontà di contrariare l’altro?

La sola scelta possibile in un contesto di crisi?

Bisogna portare alla luce il conflitto, non ‘mettere la testa sotto la sabbia’. Con la residenza alternata stiamo facendo il reale interesse del minore, diviso in due nelle teste dei suoi genitori e attraverso le false buone ragioni? La modalità di affidamento può essere mero oggetto di strumentalizzazione tra i due genitori, un modo per mantenere una forte relazione con l’ex-partner dal quale non ci si vuole staccare.

Non è quindi una decisione da prendere alla leggera o affidare agli automatismi di un provvedimento legislativo, come se si trattasse di regolare il traffico in un incrocio; va demandata alla professionalità e al personale convincimento del Giudice che deciderà caso per caso.

FONTE

http://forum.aufeminin.com/forum/f698/__f46_f698-Le-psychologue-gerard-poussin-et-la-residence-alternee.html

L’ESPERIENZA FRANCESE – III

brissetProseguiamo l’analisi dell’esperienza francese in termini di affido condiviso e residenza alternata riportando quanto scrive il terzo autore del libro del 2010, Pour ou contre la garde alternée?; si tratta della D.ssa Claire Brisset, che è stata per sei anni Défenseur des enfants, un incarico governativo equivalente al nostro Garante per l’infanzia; della sua esperienza la D.ssa Brisset scrive:

Durante il mio mandato (della durata di 6 anni non rinnovabili), ho avuto l’occasione di occuparmi concretamente della questione, e di altre, come quella di sapere se bisogna o no mandare a scuola bambini di 2 anni.

Trattando la residenza alternata, ho preso come punto di partenza il tempo del bambino: esso va da zero a tre anni ed è incomprimibile.
I più piccoli hanno bisogno di tre anni per uscire dalla «fase» bébé, un periodo essenziale. Si chiede a un essere incompiuto di imparare cose estremamente difficili, camminare, parlare, comprendere che lui stesso è distinto dagli esseri che lo circondano, in particolare da sua madre. Bisogna preservarlo e prendere tutte le misure possibili per aiutarlo in questo sviluppo per il quale non è possibile alcun ritorno.
Un bambino più grande può fare qualche ‘andata e ritorno’ con la sua storia, ma un bambino così piccolo non ha modo di concettualizzare ciò che gli arriva: può metabolizzare, trasformare, ma non ha né la distanza critica, né la capacità di ragionamento necessarie per analizzare gli avvenimenti. Egli subisce.

BIBLIOGRAFIA

Brisset C, Dolto C, Poussin G: Pour o contro la garde alternée? Mordicus, 2010.

L’ESPERIENZA FRANCESE – II

doltoNel post precedente abbiamo riportato il punto di vista del Prof. Gérard Poussin, uno dei propugnatori dell’affido condiviso prima del 2002, che però adesso, a distanza di alcuni anni dall’entrata in vigore di quella legge si mostra critico verso quei provvedimenti.

Dallo stesso libro, Pour ou contre la garde alternée?, riportiamo il parere della D.ssa Catherine Dolto, pediatra, che scrive:

L’uguaglianza dei sessi e dei diritti non deve far confondere tra padre evmadre. Questo non è vero e mai lo sarà. D’altronde tutto ciò che il bambino nell’utero scambia con la madre è molto importante. Il rapporto sensuale, cioè la somma di messaggi sensoriali che riceviamo e scegliamo e quelli che associamo come indici di piacere/dispiacere, sicurezza/insicurezza, buono/cattivo, è molto importante. Il sensuale è costitutivo della nostra intelligenza, della nostra personalità, è il fondo affettivo sul quale si svilupperà la cognizione.
Questa inizia durante la vita prenatale e ha le sue radici in questa condivisione «indelebile» con la madre. Molti dei legami si tessono abbastanza presto tra la madre e il bambino. Essi non possono essere gli stessi con il padre, anche se la sua presenza è, durante la vita prenatale, essenziale.

Se la madre non è del tutto «disfunzionale», è più sicuro per il bambino essere in residenza principale presso di lei fino ai 6 annni di età, e vedendo anche il più possibile suo padre. Se vive in un unico luogo, ci sono meno rischi di fratture che metterebbero la sua identità a dura prova.

BIBLIOGRAFIA

Brisset C, Dolto C, Poussin G: Pour o contro la garde alternée? Mordicus, 2010.

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