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Categoria: Residenza alternata Page 2 of 4

LA SINPIA E LA PAS – IV

comunicato

Analizziamo ora più in dettaglio il comunicato SINPIA. Il comunicato si trova qui, ma per maggiore chiarezza lo abbiamo aggiunto all’inizio come immagine.

La prima frase è la seguente:

La Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza ritiene opportuno esprimere il proprio parere in merito all’eco destata dalla recente sentenza n. 7041 del 20.03.2013 della Corte di Cassazione e dalle affermazioni ivi contenute circa la nozione di PAS (Parental Alienation Syndrome).

Una società scientifica come la SINPIA ritiene di esprimere un parere sulle affermazioni contenute in una sentenza della Suprema Corte di Cassazione. Abbastanza anomala come presa di posizione; in quanti altri casi una società scientifica ha ritenuto di esprimere un parere critico su una sentenza giudiziaria?

La seconda frase:

In primo luogo, al di là dell’opportunità che l’autorità giudiziaria si sostituisca alla comunità scientifica nel rilasciare giudizi su argomenti altamente specialistici, si ritiene che il problema relativo all’esistenza o meno di una “sindrome” legata all’alienazione di una figura genitoriale venga posto in modo incongruo.

Qui rileviamo un’inesattezza; l’autorità giudiziaria, nello specifico la Suprema Corte di Cassazione, non si è affatto sostituita alla comunità scientifica ma si è pronunciata su una questione squisitamente giuridica, e cioè che uso si deve fare in tribunale di concetti non validati dalla scienza, ponendo un fondamentale principio giuridico, quello cioè che non si possono adottare soluzioni giudiziarie basate su concetti privi di riconoscimento scientifico. Ne abbiamo già parlato qui (post precedente).

L’invasione di campo, per così dire, avviene al contrario; non è l’autorità giudiziaria che ha invaso il campo scientifico ma è la SINPIA che pretende di dire ai giudici quello che devono accettare in tribunale, anche quando i giudici affermano che certe cose non possono essere accettate, come è il caso del concetto di alienazione genitoriale.

La terza frase:

Fenomeni come il mobbing, lo stalking ed il maltrattamento esistono ed assumono valenze giuridiche a prescindere dal riconoscimento di disturbi identificabili come sintomatici.

Qui la SINPIA avvicina l’alienazione genitoriale al mobbing, stalking e maltrattamento; in effetti, nei rari casi in cui un genitore cerca di manipolare un figlio per metterlo contro l’altro genitore, nella famiglia unita o in quella separata, compie un reato di maltrattamento psicologico nei confronti del minore, sanzionabile penalmente. La definizione di un comportamento del genere c’è già e si chiama maltrattamento del minore (art. 572 del codice penale), perché chiamarlo in altro modo?

Quarta frase:

La comunità scientifica è concorde nel ritenere che la alienazione di un genitore non rappresenti di per sé un disturbo individuale a carico del figlio ma piuttosto un grave fattore di rischio evolutivo per lo sviluppo psicoaffettivo del minore stesso.

In questa frase vengono fatte due affermazioni azzardate.

In primo luogo la SINPIA afferma che la comunità scientifica sarebbe concorde nel ritenere che … ecc, ecc. Quale comunità scientifica di grazia? La comunità scientifica psichiatrica e neuropsichiatrica infantile internazionale, quella che si riconosce nel DSM e nell’ICD, si è già pronunciata contro il concetto di alienazione genitoriale che non è stato nominato in nessuna sezione delle rispettive classificazioni. A questo punto chi resta?

In secondo luogo la SINPIA afferma che questo concetto non scientifico, l’alienazione genitoriale appunto, sarebbe un fattore di rischio evolutivo, ecc, ecc. Tale affermazione non è supportata da evidenze scientifiche. I neuropsichiatri infantili dicano quanti bambini hanno in cura affetti da problemi dello sviluppo psicoaffettivo perché ‘alienati’, come sostiene la SINPIA, da un genitore contro l’altro; ci facciano sapere quanti sono rispetto al totale dei bambini, l’1%, il 10%, il 100%. Ce lo facciano sapere, ovviamente, con dati attendibili, validati dalla ricerca, pubblicati su riviste scientifiche di rilievo; è così che si fa la scienza, non con le affermazioni apodittiche.

Il guaio è, e non lo si vuole riconoscere, che quando un bambino rifiuta il rapporto con uno dei due genitori lo fa perché ha i suoi buoni motivi per esprimere il rifiuto. Naturalmente, se i motivi del rifiuto sono banali la cosa si aggiusta da sé in breve tempo e non c’è bisogno di alcun intervento; ma se i motivi del rifiuto sono gravi, quali violenza o abusi, è bene che quel bambino stia al sicuro, il più lontano possibile dal genitore violento o abusante. Coabitare con un genitore violento o abusante è un sicuro fattore di rischio per il bambino, non il contrario.

A questo punto continuiamo a reiterare la domanda iniziale:

Perché la SINPIA, importante società scientifica italiana di neuropsichiatria infantile, in grado quindi di fare scuola nel settore specifico dei disturbi dell’infanzia e dell’adolescenza, si esprime in termini positivi (ved. Linee guida SINPIA e Comunicato SINPIA sulla PAS) su un concetto, quello di alienazione parentale, rigettato dalla comunità scientifica a livello mondiale e in Italia dalle massime autorità istituzionali nel campo della tutela della salute?

 

LA SINPIA E LA PAS – III

cassazioneNel marzo del 2013 la Suprema Corte di Cassazione, I Sezione Civile, con la sentenza n° 7041, si è pronunciata sull’uso processuale di concetti privi di riconoscimento scientifico.

Questa sentenza pone un principio giuridico fondamentale, un autentico pilastro del diritto, che è il seguente:

Non può ritenersi che, soprattutto in ambito giudiziario, possano adottarsi delle soluzioni prive del necessario conforto scientifico, come tali potenzialmente produttive di danni ancor più gravi di quelli che le teorie ad esse sottese, non prudentemente e rigorosamente verificate, pretendono di scongiurare.

La Suprema Corte ci dice che in ambito giudiziario non è possibile adottare soluzioni basate su concetti, come quello di PAS, privi del necessario riconoscimento scientifico perché esse provocano danni maggiori di quelli che si pretendono di scongiurare in base alla teoria medesima, priva di riconoscimento scientifico.

Il discorso della Suprema Corte è di una chiarezza cristallina e pone un fondamentale principio giuridico che il magistrato che emette una sentenza è tenuto a rispettare: non si possono adottare soluzioni giudiziarie basate su concetti privi di riconoscimento scientifico.

La SINPIA, in un recente comunicato, critica questo principio giuridico ritenendo sufficiente che la teoria, sia pur priva di riconoscimento scientifico ufficiale, abbia una “generale accettazione” da parte di una comunità di esperti.

Ci asteniamo per ora, per carità di patria, dall’analizzare l’inconsistenza epistemologica dei due concetti espressi dalla SINPIA nel suo comunicato, quello di “generale accettazione” e quello di “comunità di esperti”.

Non possiamo non rilevare, a questo punto, una sorta di excusatio non petita da parte della SINPIA; sappiamo difatti, che dopo le critiche da parte del Ministero della salute, i sostenitori della PAS si sono affrettati a dire che non più di PAS si doveva parlare ma solo di alienazione genitoriale, e che le due cose sono diverse. Come si può leggere, la Suprema Corte di Cassazione si esprime in termini critici nei confronti della PAS dicendo che il concetto è privo del necessario conforto scientifico (cioè non ha basi scientifiche sufficienti). Orbene, se i due concetti, quello di PAS e quello di alienazione genitoriale, sono differenti, come sostengono i sostenitori della PAS, non c’è motivo di risentirsi dal momento che la Suprema Corte di Cassazione critica solo il concetto di PAS. Se la SINPIA emette quel comunicato contro la sentenza, dà atto che i due concetti sono identici e che quindi ogni critica rivolta al concetto di PAS vale anche per quello di alienazione genitoriale.

A questo punto continuiamo a reiterare la domanda iniziale:

Perché la SINPIA, importante società scientifica italiana di neuropsichiatria infantile, in grado quindi di fare scuola nel settore specifico dei disturbi dell’infanzia e dell’adolescenza, si esprime in termini positivi (ved. Linee guida SINPIA e Comunicato SINPIA sulla PAS su un concetto, quello di alienazione parentale, rigettato dalla comunità scientifica a livello mondiale e in Italia dalle massime autorità istituzionali nel campo della tutela della salute?

E perché la SINPIA con il suo comunicato giunge addirittura, cosa inaudita, a criticare la Suprema Corte di Cassazione?

LA SINPIA E LA PAS – II

Di recente in Italia il problema della PAS è stato portato all’attenzione dei massimi livelli istituzionali e le valutazioni da essi espresse sono univoche: si tratta di concetti privi di valore scientifico.

ministero_saluteSi è pronunciato per primo il Ministero della salute, che per voce del Sottosegretario alla Salute, prof. Adelfio Elio Cardinale, in risposta a una interrogazione parlamentare fatta dall’On. Borghesi, vice-capogruppo dell’IDV alla camera dei Deputati, così si è espresso:

L’Istituto superiore di sanità, interpellato perché è il più alto organo di consulenza scientifica del Ministero, ha sottolineato che i fenomeni di ritiro dell’affetto da parte del bambino nei confronti di uno dei genitori, emersi in alcuni casi di affidamenti a seguito di divorzio, possono essere gestiti dagli operatori legali e sanitari senza necessità di invocare una patologia mentale per spiegare i sentimenti negativi di un bambino verso un genitore. L’inutile e scientificamente non giustificato etichettamento come «caso psichiatrico» può rendere ancora più pesante la difficile situazione di un bambino conteso. Sebbene la PAS sia stata denominata arbitrariamente dai suoi proponenti con il termine «disturbo», in linea con la comunità scientifica internazionale, l’Istituto superiore di sanità non ritiene che tale costrutto abbia né sufficiente sostegno empirico da dati di ricerca, né rilevanza clinica tali da poter essere considerata una patologia e, dunque, essere inclusa tra i disturbi mentali nei manuali diagnostici.

Al pronunciamento inequivocabile del Ministro della salute ha fatto seguito un altro importante parere che è quello del Presidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici:

La cosiddetta PAS è priva di riconoscimenti ufficiali in assenza di evidenze scientifiche e non è codificata dai principali sistemi classificativi delle malattie DSM-IV e ICD-10, mancando allo stato attuale criteri diagnostici condivisi nell’ambito della comunità scientifica.

Sono seguiti poi i pareri di due Assessori Regionali alla Sanità; l’Assessore alla sanità della Regione Toscana afferma:

Si ritiene quantomeno inopportuno che un professionista che ha il dovere di descrivere obbiettivamente a e approfonditamente il caso utilizzando gli strumenti che la pratica professionale gli mette a disposizione, si riferisa a una patologia non riconosciuta a livello scientifico e non classificata come malattia.

L’Assessore alla sanità della Regione Emilia Romagna afferma:

L’opinione condivisa dei professionisti della nostra Regione è che al momento la Parental alienation syndrome, o sindrome da alienazione genitoriale, sia da considerare solamente un costrutto di natura argomentativa che, in quanto, tale non può trovare spazio all’interno delle diagnosi cliniche.

Sulla PAS si è pronunciata anche la Società Italiana di Pediatria:

La Sindrome di Alienazione Parentale non è riconosciuta dalla letteratura scientifica di riferimento e non è inclusa né nel DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) né nell’ICD (International Classification of Diseases) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità” afferma il Presidente della SIP Giovanni Corsello. “La comunità scientifica si è già pronunciata contro l’uso improprio della PAS nelle sofferte e spesso laceranti controversie per l’affidamento dei figli”.

Ed è recente anche il parere dell’Ordine degli Psicologi del Lazio:

Per evitare il ricorso a diagnosi «prive del necessario conforto scientifico, come tali potenzialmente produttive di danni» molto gravi, come la Corte di Cassazione definisce la Sindrome di alienazione genitoriale (Pas) richiamata nel procedimento di appello, è assolutamente necessario che l’ascolto del minore sia condotto in maniera impeccabile da professionisti competenti che siano, dunque, in grado di valutare le affermazioni del minore anche in base allo stadio attuale del suo sviluppo cognitivo e di supportare così l’operato del giudice, ovviamente privo di competenze specifiche al riguardo.

A questo punto reiteriamo la domanda iniziale:

Perché la SINPIA, importante società scientifica italiana di neuropsichiatria infantile, in grado quindi di fare scuola nel settore specifico dei disturbi dell’infanzia e dell’adolescenza, si esprime in termini positivi (ved. Linee guida SINPIA e Comunicato SINPIA sulla PAS) su un concetto, quello di alienazione parentale, rigettato dalla comunità scientifica a livello mondiale e in Italia dalle massime autorità istituzionali nel campo della tutela della salute?

LA SINPIA E LA PAS – I

sinpia

La SINPIA è la Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e Adolescenza; si tratta di un’importante società scientifica che riunisce la maggior parte dei medici specialisti in Neuropsichiatria Infantile.

La PAS, ovvero la sindrome di alienazione parentale, o genitoriale, è un concetto proposto nel 1985 negli USA dal Dr Richard Alan Gardner, un medico generico (non era specialista né in psichiatria né in neuropsichiatria infantile né, tanto meno, in medicina-legale), che svolgeva attività libero-professionale come consulente nei tribunali americani, soprattutto nelle vicende in cui si discuteva di affidamento dei figli minori dopo la separazione dei genitori.

Il concetto di alienazione parentale non ha mai convinto la comunità scientifica statunitense tanto che non è mai stato ricompreso nella classificazione ufficiale dei disturbi mentali (DSM), ed escluso anche dalla recente quinta edizione del DSM (DSM-5); per la sezione dei disturbi mentali dell’infanzia e dell’adolescenza collaborano alla stesura del manuale i più importanti neuropsichiatri infantili a livello mondiale.

Per la quarta edizione (DSM-IV) hanno collaborato al capitolo dei disturbi dell’infanzia e dell’adolescenza i seguenti specialisti: David Shaffer, M.D., Benjamin Lahey, Ph.D., Magda Campbell, M.D., Rolf Loeber, Ph.D., Susan J. Bradley, M.D., Jeffrey Newcorn, M.D., Dennis P. Cantwell, M.D., Rhea Paul, Ph.D., Gabrielle A. Carlson, M.D., Judith H. L., Rapoport, M.D., Donald Jay Cohen, M.D., Sir Michael Rutter, M.D., Barry Garfinkel, M.D., Fred Volkmar, M.D., Rachel Klein, Ph.D. e John S. Werry, M.D. Se si fa una ricerca con google si può vedere chi sono e dove lavorano.

Del Comitato scientifico italiano che ha curato l’edizione italiana del DSM-IV hanno fatto parte la prof.ssa Adriana Guareschi-Cazzullo, Direttore dell’Istituto di Scienze Neurologiche e Psichiatriche dell’Infanzia e dell’Adolescenza – Università di Milano, il prof. Alessandro Petrilli, Professore Associato di Psicologia Clinica – Dipartimento di Scienze Neurologiche e Psichiatriche dell’Età Evolutiva – Università La Sapienza di Roma, il prof. Corrado Pontalti, Professore Associato di Psicoterapia – Primario del Servizio di Psicoterapia Familiare – Istituto di Psichiatria Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, e il prof. Mario Scarcella, Professore Ordinario di Neuropsichiatria Infantile – Direttore della Scuola di Specializzazione in Neuropsichiatria Infantile – Università di Bari.

Nessuno di questi neuropsichiatri infantili ha ritenuto di far entrare il concetto di alienazione parentale nella classificazione dei disturbi mentali; questo concetto è quindi fuori dalla scienza ufficiale.

Perché la SINPIA, importante società scientifica italiana di neuropsichiatria infantile, in grado quindi di fare scuola nel settore specifico dei disturbi dell’infanzia e dell’adolescenza, si esprime in termini positivi (ved. Linee guida SINPIA, pag 10, e Comunicato SINPIA sulla PAS) su un concetto, quello di alienazione parentale, rigettato dalla comunità scientifica a livello internazionale?

QUESITI AL CTU E IN-GIUSTIZIA MINORILE (seconda parte)

ctuAltro aspetto critico, nei processi di affidamento dei minori, concerne i quesiti sulla valutazione della personalità dei genitori.

Il codice di procedura penale vieta espressamente indagini sulla personalità dell’imputato (art. 220 CPP: “… non sono ammesse perizie per stabilire … il carattere e la personalità dell’imputato e in genere le qualità psichiche indipendenti da cause patologiche”; è pur vero che per quanto concerne le cause di separazione siamo in ambito civilistico e che la CTU non è una perizia, ma forse criteri analogici suggerirebbero maggiore prudenza nella formulazione di quesiti circa indagini sulla personalità delle parti. Sono infatti molte le analogie tra perizia e CTU.

Un conto, infatti, è l’accertamento di eventuali patologie di natura psichica, dell’uno o dell’altro genitore, che potrebbero avere ripercussioni negative sull’esercizio della responsabilità genitoriale, altro conto è indagare la personalità degli ex-coniugi alla ricerca di non si sa cosa. Non esiste un manuale del perfetto genitore, né della personalità migliore che renda una persona un perfetto genitore; sembra la ricerca della pietra filosofale.

Entriamo con questo in un ambito normativo, cioè nella valutazione di ciò che è da ritenere normale e di ciò che non è da ritenere normale, cosa che esula totalmente dall’accertamento tecnico-scientifico su eventuali patologie; nel valutare la personalità dell’altro mettiamo in gioco la nostra stessa personalità e questo priva di oggettività scientifica l’indagine stessa sulla personalità dell’altro. L’altro ci potrà sembrare ‘istrionico’ se noi abbiamo difficoltà nostre soggettive nell’interagire con persone estroverse, ci potrà sembrare ‘narcisista’ se abbiamo scarso amor proprio o ci potrà sembrare ‘ossessivo’ se siamo persone alquanto disordinate e superficiali. Si tratta quindi di valutazioni soggettive del CTU e un giudizio in Tribunale non può essere fondato su valutazioni soggettive, sia pure espresse da personaggi autorevoli.

Anche se il giudice glielo chiede mediante la formulazione dei quesiti il CTU deve essere molto cauto nel formulare giudizi sulla personalità delle parti, e sarebbe meglio che si astenesse del tutto dal fornire una risposta a quesiti di tal fatta; non esiste una metodologia scientifica per formulare giudizi di personalità o di tratti di personalità, nemmeno tramite i test di personalità (MMPI o Rorschach) che possono dare informazioni sul funzionamento della personalità (MMPI), o anche su alcuni aspetti della struttura profonda della personalità (Rorschach), che comunque vanno sempre raccordate con l’indagine clinico-anamnestica e non sono sufficienti da sole a esprimere una valutazione clinica.

 E anche qualora indagini rettamente condotte portino alla conclusione che il genitore esaminato abbia, ad es., una ‘personalità istrionica’ (senza che la stessa si costituisca in disturbo di personalità, secondo la metodologia clinica corrente – DSM) a cosa serve questa informazione? Ad affermare che un soggetto con personalità istrionica non è un buon genitore? Togliamo i figli a tutti gli artisti e personaggi dello spettacolo, allora, visto che per fare il loro lavoro devono possedere necessariamente una personalità istrionica, più o meno pronunciata.

 È recente una sentenza della Suprema Corte di Cassazione, sia pure espressa in una vicenda affine a quella dell’affidamento di minori, nella quale la Suprema Corte pone due fondamentali principi di diritto (Corte di Cassazione, Sez. I Civile – sentenza 28 febbraio 2013, n. 5013).

 Il primo è il seguente:

 In base alla valorizzazione del legame naturale posto alla base dell’art. 1 della legge n. 183 del 1984, che attribuisce carattere prioritario al diritto del minore di crescere nella famiglia di origine, si impone un particolare rigore nella valutazione dello stato di adottabilità, che non può fondarsi su anomalie non gravi del carattere e della personalità dei genitori, comprese eventuali condizioni patologiche di natura mentale che non compromettano la capacità di allevare ed educare i figli.”

 E questo è il secondo:

 La prioritaria esigenza, per il figlio, di vivere, nei limiti del possibile, con i genitori biologici e di essere da loro allevato non è riconosciuta in astratto, ma è finalizzata allo sviluppo armonico del minore stesso, e presuppone quindi la concreta attitudine della famiglia biologica ad assicurare allo stesso il migliore apporto alla formazione ed allo sviluppo della sua personalità. Essa, pertanto, incontra i suoi limiti nell’oggettiva incapacità della famiglia di prestare le cure necessarie e di assicurare l’adempimento dell’obbligo di mantenere, educare ed istruire la prole, configurandosi in tal caso lo stato di abbandono, il quale ricorre non soltanto in presenza di un rifiuto intenzionale e irrevocabile di assolvere i doveri genitoriali, ma anche quando i genitori non siano in grado di garantire al minore quel minimo di cure materiali, calore affettivo, aiuto psicologico indispensabile per lo sviluppo e la formazione della sua personalità e questa situazione non sia dovuta a forza maggiore di carattere transitorio.”

 Si tratta di principi giuridici che, travasati nelle cause di affidamento dei minori, pongono paletti ben precisi all’operato dei CTU nella valutazione della capacità genitoriale dei genitori separati. La Suprema Corte afferma infatti che anomalie non gravi del carattere e della personalità dei genitori, comprese eventuali condizioni patologiche di natura mentale, non compromettono la capacità di allevare ed educare i figli.

 Vediamo invece CTU esprimersi disinvoltamente sull’incapacità genitoriale di una persona che, magari irritata da una vicenda giudiziaria senza fine, e senza senso, si mostra diffidente verso il CTU, pur non presentando né anomalie del carattere né alcuna patologia psichica.

Vediamo disquisizioni sul presunto innalzamento di qualche punto di una singola scala del test MMPI, che si mantiene comunque nel range della normalità ma che si vuole considerare patologico perché non si sa a cos’altro appigliarsi per sostenere la tesi dell’incapacità genitoriale di una persona.

Abbiamo visto di recente bambini splendidi, ben educati, ben curati, con ottimo rendimento scolastico e giudizi lusinghieri degli insegnanti, sottratti a genitori amorevoli sulla base di pure illazioni di noti CTU della capitale e inseriti in cosiddette case famiglia nelle quali sono regrediti paurosamente; o costretti a incontrare comunque il genitore rifutato e minacciati se non obbedivano di venire strappati al genitore amorevole e collocati in comunità per minori. Chi li risarcirà della loro infanzia rubata?

Ci è stata segnalata di recente una CTU nella quale cosiddetti esperti affermano che “il sig. … non presenta quadri psicopatologici e/o disturbi di personalità” ma poi, dopo qualche pagina, scrivono che il sig. … presenta dei “tratti di personalità di tipo ossessivo e di tipo narcisistico che interferiscono con la funzione genitoriale”; o addirittura abbiamo letto una diagnosi di delirio mistico fatta da un CTU pur in presenza di completa normalità di una batteria di test somministrati (Bender, MMPI-2, MCMI-III, Rorschach-Pralp3), se si esclude un aspetto di personalità di tipo ossessivo-compulsivo al McMillon.

 Crediamo sia oltremodo opportuno che tutti gli attori del processo di affidamento dei minori (giudici, psicologi, psichiatri, neuropsichiatri infantili, assistenti sociali, avvocati) facciano un passo indietro e rientrino nell’alveo di una prassi tecnico-giuridica corretta. Ogni processo di affidamento di minori comporta danni e sofferenze per la parti; l’obiettivo di tutti dev’essere quello di minimizzare questi danni e queste sofferenze. Solo una metodologia scientifica coerente è in grado di ridurre al minimo questi danni e mettere al riparo i tecnici da richieste di risarcimento dei danni provocati dalla loro superficialità.

QUESITI AL CTU E IN-GIUSTIZIA MINORILE (prima parte)

CTUNelle cause di separazione, quando c’è conflitto tra gli ex-coniugi circa l’affidamento dei figli, quando c’è rifiuto alla frequentazione di un genitore da parte dei figli, o anche successivamente alla separazione quando, dopo una regolare frequentazione insorgono delle difficoltà nella stessa, il genitore che si sente penalizzato ricorre al giudice della separazione per il ripristino del suo diritto di visita ai figli. E non mistifichiamo come al solito parlando di diritto dei figli alla bigenitorialità; chi ricorre al giudice lo fa per far valere un suo preteso diritto. Se la bigenitorialità è davvero un diritto dei figli, agli stessi va riconosciuta la facoltà di rinunciarvi.

Nella vicenda possono essere coinvolti i Servizi sociali, comunali o consultoriali, con il compito di svolgere un’indagine sociale, magari esperire tentativi di mediazione tra le parti, e poi relazionare al giudice. Molto spesso però i Servizi sociali vanno ben al di là del mandato ricevuto lanciandosi in illazioni sulla presenza di disturbi nel bambino o nei genitori, di manipolazione psicologica del minore da parte di un genitore, ecc., improvvisandosi d’emblée specialisti nel fare diagnosi di malattie inesistenti (alienazione genitoriale soprattutto, ma anche sindrome della madre malevola, sindrome di Münchausen per procura, ecc.).

Una breve parentesi.

Gli operatori dei Servizi sociali (assistenti sociali e psicologi) sono dipendenti dei Comuni o delle ASL, e come tali pubblici ufficiali; se nel corso del loro lavoro, quindi nell’esercizio delle loro funzioni, rilevano una situazione che si può configurare come reato (è il caso della sospetta manipolazione psicologica del minore che costituisce un reato di maltrattamento – art. 572 CP) hanno l’obbligo di inviare un referto al Pubblico ministero; obbligo al quale il pubblico ufficiale non si può sottrarre. Ma non è di questo che intendiamo parlare, quanto sopra è scritto per completezza, per meglio inquadrare la questione.

Il giudice della separazione o il giudice minorile, in seguito al ricorso della parte o alla relazione dei servizi sociali, di solito dispone una CTU al fine di acquisire dati tecnici che gli siano di ausilio nella decisione, incaricando uno specialista (psicologo, psichiatra, neuropsichiatra infantile) di svolgerla.

La peculiarità dell’attività richiesta al CTU sta nel fatto che essa ha natura e contenuto prettamente professionale, per lo più sostanziandosi in una prestazione d’opera intellettuale, svolta però nell’interesse non di una parte privata o di un soggetto giuridico individuato e individuabile quale sua controparte contrattuale, ma piuttosto nell’interesse della giustizia rappresentata in concreto dall’ufficio del giudice”. (http://fiere24.ilsole24ore.com/professioni24/ediliziaambiente/ediliziaimmobili/news/CTU.html).

La CTU è difatti un accertamento che si propone di fornire al giudice nozioni tecniche che gli siano di ausilio nella decisione; non è un anticipo della decisione del giudice, non è un procedimento succedaneo del giudizio, che si svolge solo e soltanto innanzi alla Corte. Il giudice formula dei quesiti di natura tecnica ai quali il CTU deve dare risposta attingendo alla sue conoscenze e secondo la metodologia propria della sua disciplina, e assegna un termine per il deposito della relazione finale. Molto spesso però i quesiti formulati dal giudice nei processi di affidamento dei minori vanno al di là del mero accertamento tecnico; ne riportiamo alcuni esempi.

“… accertare … quale sia il regime più favorevole allo sviluppo equilibrato dei minori”.

dica il ctu … quale sia il regime di affidamento più adatto per i bambini, … quale sia la collocazione più idonea e le modalità di frequentazione con il genitore eventualmente affidatario o non collocatario”.

“… stabilisca quali siano le migliori condizioni, nell’esclusivo interesse della minore, di affidamento della stessa e quali le migliori modalità di visita e frequentazione del genitore non collocatario”.

Indichi il CTU il miglior regime di vita e di rapporti fra il minore e i genitori.

Come si può leggere, così formulati, i quesiti vanno ben oltre l’accertamento tecnico ma si spingono a chiedere al CTU di fornire risposte che sono invece di stretta competenza del magistrato, chiedono di formulare dei giudizi sulle vicende oggetto di causa, sono anticipazioni del giudizio. Ciò dovrebbe essere contestato dal CTU ma questi se ne guarda bene sia perché, se lo facesse, rischierebbe di non ricevere altri incarichi, sia perché, sentendosi investito di questo compito di ‘vice-giudice’, se ne sente gratificato nel suo ego.

 Riteniamo che debba essere compito dell’avvocato della parte resistente contestare la formulazione di quesiti che non si limitano a chiedere al CTU di fornire risposte di natura tecnica che possano essere di ausilio nella decisione del giudice ma chiedono al CTU di dare risposte che esulano dai suoi compiti di accertamento tecnico, che sono invece di stretta competenza del magistrato che deve giudicare e rappresentano un’anticipazione del giudizio (modalità di affidamento dei minori, frequentazione con il genitore non collocatario o non affidatario, ecc).

 È possibile che l’opposizione non venga ammessa o venga rigettata; ma così si crea la premessa per il ricorso in Appello e se il caso anche in Cassazione. Se i giudici di merito ritengono ben formulati i quesiti al CTU non su accertamenti tecnici ma su questioni squisitamente giudiziarie (modalità di affidamento dei minori, frequentazione con i due genitori, ecc.) sarà pure il caso di sentire cosa ne pensano i magistrati della Suprema Corte di Cassazione.

 Molto spesso il CTU si spinge anche, nel corso delle operazioni peritali, a svolgere compiti di mediazione (es. intervenendo per facilitare la frequentazione tra genitore e bambino) che non solo non gli competono ma sono incompatibili con la funzione stessa di CTU; le due funzioni sono infatti incompatibili. Si rimanda a un documento che precisa molto bene i rispettivi compiti, del CTU e del mediatore familiare (Ciofi R: Consulenza tecnica d’ufficio e mediazione – http://www.studiociofi.it/docs/20090220_ciofi_ct.pdf).

 Anche questo aspetto andrebbe immediatamente contestato dal CTP che deve tempestivamente segnalare all’avvocato della parte gli eventuali interventi del CTU incompatibili con l’ufficio di CTU; l’avvocato saprà come regolarsi più opportunamente. Una CTU non correttamente condotta può essere annullata e in tal caso il CTU è tenuto a restituire alle parti quanto da lui incassato, oltre l’eventuale risarcimento dei danni.

A VOLTE RITORNANO

zombieSembra la trama di un film horror, infatti; sconfitti nella precedente legislatura, quando la protesta sociale ha consentito di non far approvare il DDL 957 e le sue innumerevoli varianti-fotocopia (PDL 2209, DDL 2454, DDL 2800, DDL 3289, PDL 5257 e PDL 5561) gli zombie del patriarcato si sono rifatti vivi; come novelli vampiri hanno scelto sangue giovane, questa volta, e cioè i parlamentari neo-eletti del Movimento 5 Stelle.

Non sappiamo se vi siano stati accordi pre-elettorali o addirittura si possa parlare di voto di scambio, come alcuni paventano (noi siamo convinti di no) ma di certo vi è che i neo-parlamentari ci sono cascati in pieno.

Ci riferiamo al Progetto di Legge n° 1403 presentato il 22 luglio 2013 dall’On. Bonafede e sottoscritto da altri parlamentari del movimento 5 Stelle; un’anticipazione l’aveva concessa alla stampa il promotore di questi rifiuti tossici parlando di un’intesa trasversale di tutte le forze politiche per giungere all’approvazione del cosiddetto condiviso-bis grazie a una nuova proposta di legge la cui relatrice sarebbe dovuta essere una parlamentare del Partito Democratico. Solito millantato credito.

Com’è ormai ben noto, a partire dal 2006, dopo l’approvazione della famigerata legge n° 54, i procedimenti giudiziari per separazioni conflittuali si sono particolarmente inaspriti, viene inesorabilmente tirata in ballo la famigerata PAS (sindrome di alienazione genitoriale) e la conclusione è che sempre più bambini vengono sottratti alle famiglie e inseriti in comunità per venire ‘resettati’ o ‘scollegati’, secondo le parole dei tecnici sempre più massicciamente chiamati in causa, perché ritenuti alienati dalle loro madri, ovvero manipolati psicologicamente. Non parliamo in questa sede delle metodologie seguite dai tecnici per rilevare questa presunta manipolazione, affronteremo la questione in un altro post.

Di fatto, molti hanno fiutato l’affare delle comunità per minori (le rette giornaliere viaggiano tra i 100 e i 200 euro al giorno) e vi ci sono buttati a capofitto; da qui l’insistenza per mantenere e rendere più rigido l’attuale sistema, si tratta per questi soggetti di mantenere in piedi e allargare il loro business.

I parlamentari firmatari dalla proposta di legge di cui dicevamo all’inizio sono stati raggirati per bene dai lobbisti delle associazioni dei padri separati e hanno firmato pensando di fare una cosa utile alle famiglie e ai bambini; invece non solo quella proposta di legge è una trappola infernale per le famiglie e i bambini, ma apre anche una voragine di spesa pubblica incontrollabile.

I decreti per l’inserimento dei minori in comunità sono infatti emessi dai giudici e ad essi i comuni, destinatari degli stessi, sono tenuti a dare seguito con i loro mezzi (assistenti sociali, polizia municipale e se il caso anche forza publica) ma soprattutto devono farsi carico della relativa retta di degenza se la famiglia non è in grado di pagare.

Nella sostanza, i parlamentari del Movimento 5 Stelle, votati dai loro elettori per ridimensionare la spesa pubblica, presentano un progetto di legge destinato a moltiplicare in maniera incotrollabile la spesa pubblica; le ordinanze dei giudici vanno infatti eseguite e non possono essere soggette a controllo alcuno. Tutto denaro pubblico che andrà a riempire i portafogli dei parassiti delle associazioni dei padri separati.

Nemesi è una dea alquanto singolare: la relatrice del precedente DDL 957 non è stata rieletta, e lo stesso partito cui i padri separati avevano affidato le sorti delle loro proposte di legge nella precedente legislatura, Fratelli d’Italia, ha avuto una batosta che non dimenticherà facilmente. Pensateci, parlamentari del Movimento 5 Stelle.

BONAFEDE ed altri: “Modifiche al codice civile e al codice di procedura civile in materia di affidamento condiviso dei figli e di mediazione familiare” (1403 del 22 luglio 2013), presentato dal deputato BONAFEDE Alfonso, m5s e firmato dai seguenti deputati: MANTERO Matteo, m5s, FRACCARO Riccardo, m5s, AGOSTINELLI Donatella, m5s, BUSINAROLO Francesca, m5s, COLLETTI Andrea, m5s, FERRARESI Vittorio, m5s, MICILLO Salvatore, m5s, SARTI Giulia, m5s, TURCO Tancredi, m5s, D’INCA’ Federico, m5s, CARIELLO Francesco Natura, m5s.

ANCORA CONVEGNI SULLA SPAZZATURA

rifiutiIl rifiuto tossico in questione è la PAS, ovvero sindrome di alienazione genitoriale o parentale, declassata recentemente a semplice alienazione genitoriale, ma solo per far scemi gli allocchi.

L’ultimo convegno in ordine di tempo di cui si ha notizia è quello di Salerno del 6 aprile scorso, organizzato, udite udite, come corso ECM dall’Ordine Avvocati; più che di crediti dobbiamo parlare di debiti formativi contratti dagli avvocati che hanno partecipato al convegno.

Questo perché?

In primo luogo, ormai lo sanno pure i somari, la cosiddetta PAS non è mai entrata in nessuna classificazione ufficiale delle malattie; qui i pro-PAS raggiungono l’apoteosi dell’incoerenza. Da un lato si sbracciano e si stracciano le vesti per far entrare la PAS nel DSM, dall’altro dicono che non ha nessuna importanza tanto esiste lo stesso; certo che i somari esistono lo stesso, mica sono classificati nel DSM!

Di recente in Italia si sono pronunciati contro la PAS:

  1. Il ministro della Salute;
  2. La FNOMCEO, ovvero Federazione nazionale degli Ordini dei medici e odontoiatri;
  3. La SIP, ovvero Società italiana di pediatria;
  4. La Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n° 7041 del 6 marzo 2013;
  5. L’Ordine degli psicologi della Regione Lazio.

Se errare è umano perseverare è diabolico! I pro-PAS sono la prova dell’esistenza del diavolo.

Consigliamo ai sigg.i avvocati di Salerno di disintossicarsi qui.

L’ESPERIENZA FRANCESE – V

cover_aConcludiamo per ora l’analisi dell’esperienza francese su affido condiviso e residenza alternata con un articolo di notevole interesse pubblicato nel 2010 dalla Rivista Actualité Juridiques Famille; gli autori sono rispettivamente un Giudice di famiglia del Tribunale di Nanterre e un Avvocato di Parigi.

Indicano in primo luogo alcuni criteri per concedere la residenza alternata, quali:

– la prossimità delle abitazioni dei genitori
– la disponibilità e la collaborazione dei genitori
– il bambino stesso
– l’accordo dei genitori.

Questi criteri sono cumulativi e l’assenza di uno di essi costituisce un autentico ostacolo alla residenza alternata.

Perché la residenza alternata abbia delle possibilità di successo, la comunicazione tra i genitori dev’essere non solo esistente ma ‘fluida’.
L’accordo tra i genitori è il criterio maggiormente determinante.

In conclusione:
La residenza alternata rimane una bella idea MA «in un mondo popolato da genitori concilianti» e «da bambini psicologicamente solidi».

BIBLIOGRAFIA

Chopin M, Cadars Beaufour C: Les limites de la résidence alternée. Les critères de la résidence alternée, une simple faculté offerte au juge. AJ Famille, n° 1, Janvier 2010.

L’ESPERIENZA FRANCESE – IV

université_GrenobleDi recente il Prof. Poussin ha chiarito in un’intervista il suo pensiero, proprio per mettere fine alla strumentalizzazione del suo testo.
Il Prof. Poussin spiega innanzitutto che dei 3.000 bambini da lui studiati nel libro del 1999 ve ne erano solo 17 in residenza alternata; afferma che se il bambino mostra di non tollerare la residenza alternata bisogna avere il coraggio di fare marcia indietro. Poi aggiunge che devono esserci condizioni precise per proporre la residenza alternata, prima fra tutte la non eccessiva distanza geografica fra le due abitazioni, in maniera che il bambino possa mantenere le sue abitudini (scuola, amici, ecc), poi il basso livello del conflitto genitoriale e infine l’età del bambino; conclude affermando che non bisogna separare il bambino di età inferiore a due anni dalla sua figura di attaccamento per più di 24 ore.

La residenza alternata pone degli interrogativi ai quali bisogna dare risposta, prosegue sempre il Prof. Poussin, bisogna analizzare le sue motivazioni più profonde.

Si tratta di un progetto comune?

È una soluzione per rivedere spesso il proprio ex-partner?

Una volontà di contrariare l’altro?

La sola scelta possibile in un contesto di crisi?

Bisogna portare alla luce il conflitto, non ‘mettere la testa sotto la sabbia’. Con la residenza alternata stiamo facendo il reale interesse del minore, diviso in due nelle teste dei suoi genitori e attraverso le false buone ragioni? La modalità di affidamento può essere mero oggetto di strumentalizzazione tra i due genitori, un modo per mantenere una forte relazione con l’ex-partner dal quale non ci si vuole staccare.

Non è quindi una decisione da prendere alla leggera o affidare agli automatismi di un provvedimento legislativo, come se si trattasse di regolare il traffico in un incrocio; va demandata alla professionalità e al personale convincimento del Giudice che deciderà caso per caso.

FONTE

http://forum.aufeminin.com/forum/f698/__f46_f698-Le-psychologue-gerard-poussin-et-la-residence-alternee.html

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