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Sito di corretta informazione sulla bigenitorialità

Tag: residenza alternata Page 1 of 2

LA TELA DI PENELOPE

Secondo il mito greco narrato da Omero nell’Odissea, Penelope era la moglie di Ulisse, il re di Itaca. Mentre il suo eroico consorte, tipico esemplare di maschio mediterraneo, terminata la guerra di Troia pensò bene di concedersi una vacanza dai suoi doveri coniugali gironzolando per i mari alla scoperta delle bellezze di terre misteriose, Penelope era impegnata nella sua terra a difendere il trono e il suo onore di donna e regina. Molestata da nobilotti locali escogitò, per tenere lontani i suoi pretendenti, un espediente: avrebbe scelto uno di loro quando avesse terminato di tessere la tela per il consorte dato ormai per morto. Tela che ogni notte veniva disfatta in maniera da non essere mai terminata.

“Giovani, amanti miei, tanto vi piaccia,
Poiché già Ulisse tra i defunti scese,
Le mie nozze indugiar, ch’io questo possa
Lugubre ammanto per l’eroe Laerte,
Acciò le fila inutili io non perda,
Prima fornir, che l’inclemente Parca,
Di lunghi sonni apportatrice, il colga.
Non vo’ che alcuna delle Achee mi morda,
Se ad uom, che tanto avea d’arredi vivo,
Fallisse un drappo in cui giacersi estinto”.

I penelopi nostrani, i padri separati riuniti nelle cosiddette associazioni di padri separati, mostrano altrettanta tenacia ma per fini molto meno nobili della Penelope omerica.

Dopo la controversa approvazione della famigerata Legge n° 54 del 2006, criticata da settori della stessa maggioranza di centro-destra che la approvò, criticata dai giuristi a pochi mesi dalla sua approvazione, gli ‘stati minori’ delle nascenti associazioni di padri separati hanno deciso di allearsi per avere più forza nelle loro rivendicazioni; sono nati così diversi cartelli di queste associazioni, a volte persino in disaccordo tra loro stessi.

Un articolo pubblicato nel 2004 da uno di loro censì una quarantina circa di cotali associazioni, la maggior parte di esse con non più di 4-5 iscritti, molte addirittura formate da una sola persona, altre in cui le stesse persone avevano creato più sigle di presunte associazioni inesistenti; un modo di agire abbastanza truffaldino.

Più volte ci siamo chiesti che cosa può spingere una persona che si separa a fondare un’associazione e la risposta che ci siamo dati attiene alla psicologia, vale a dire come modalità di abreazione del trauma della separazione coniugale; ma non è sufficiente a spiegare tanta tenacia. Ora abbiamo le idee più chiare sulle motivazioni di queste associazioni; le loro motivazioni sono economiche.

Alcuni padri separati, anche attingendo a quanto accadeva all’estero, hanno scoperto nell’associazionismo una ricca fonte di reddito; quasi tutte le associazioni sono state create come ONLUS, con diritto quindi a rientrare nella ripartizione del cinque per mille dell’IRPEF (il sistema è tale che anche se non si riceve la scelta sul modello 730 o sul modello Unico comunque si partecipa in maniera proporzionale alla ripartizione dell’intero bottino). Fondatori di queste associazioni sono spesso ex-promotori finazianri o ex-bancari; e, si sa, gente che sa far girare i soldi si ritrova dove ci sono soldi da far girare. La conferma ci viene proprio dal loro interno.

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Ma la loro avidità non si è accontentata di questo; attraverso i progetti di legge da loro stessi preparati e poi fatti firmare a parlamentari a loro vicini, stanno cercando di aumentare i loro fatturati.

Nella scorsa legislatura ci hanno provato con progetti di legge che miravano a far riconoscere la cosiddetta sindrome di alienazione parentale (PAS) come causa di perdita della potestà genitoriale del genitore protettivo verso il bambino; sì perché molti di loro hanno avuto una separazione non proprio tranquilla, spesso motivata da violenza in famiglia o addirittura da abusi sui loro stessi figli, e si sono trovati di fronte al rifiuto dei figli di continuare a frequentarli, oltre che alla necessità di doversi difendere dalle accuse.

La PAS era lì, già pronta e confezionata per l’uso, il passo necessario era una legge che la consacrasse; ma gli andò male, riuscimmo a contrastare efficacemente i loro tentativi. Un grosso aiuto in tal senso venne dal partito IDV, l’unico che si mostrò sensibile a questi temi, e la legislatura si concluse senza che nemmeno uno dei loro progetti di legge venisse approvato. Questa ormai è storia.

Ma, da bravi e tenaci penelopi, potevano smentirsi? Hanno ricominciato a tessere la loro tela ipnotica riuscendo a convincere parlamentari di tutte le forze politiche a sottoscrivere senza nemmeno leggerli, i loro progetti di legge; visto che non potevano rimettere in gioco la porcheria della PAS, ormai sonoramente sconfessata, si sono buttati sulla mediazione familiare obbligatoria.

Naturalmente, da bravi manipolatori, cresciuti alla scuola della comunicazione persuasiva e della PNL, nascondono il vero obiettivo del loro agire dietro il concetto della bigenitorialità; ma la bigenitorialità è già nelle leggi italiane, nella maggior parte delle separazioni e divorzi la modalità di affidamento preferita è quella condivisa, quindi continuando a parlare di bigenitorialità scoprono soltanto l’acqua calda. Riescono, purtroppo, a convincere tanti sprovveduti, tra parlamentari e giornalisti, della giustezza delle loro tesi, impietosiscono le platee mediatiche con qualche lacrimevole caso (senza però far cenno ai motivi reali per cui i figli in quello specifico caso rifiutano il rapporto con il padre) e così creano il consenso.

La partita è solo all’inizio, stanno strombazzando a destra e a manca le loro tesi, noi abbiamo sempre di riserva le nostre campane; staremo a vedere.

Si tratta di resistere sino alla fine di questo parlamento di nominati; il prossimo comunque sarà di politici eletti dagli elettori. Certi politici, e certi partiti, si facciano bene i conti: per ciascun padre separato c’è anche una madre separata (escluse ovviamente quelle fatte fuori dai loro ex) e ci sono dei figli che intanto sono cresciuti e magari alle prossime elezioni avranno diritto di voto.

 

ABBOZZO DI LINEE-GUIDA PER LA SEPARAZIONE

Di fronte al nuovo proliferare delle alghe tossiche rappresentate dalle proposte e disegni di legge che vogliono far intervenire le associazioni dei padri separati nelle separazioni coniugali, riproponiamo queste bozze di linee guida per difendere le donne e i bambini dalla violenza e dagli abusi; sono graditi suggerimenti, integrazioni e quant’altro.

 1) Un primo consiglio è quello di annotare tutto, ai colloqui con i Servizi sociali andate con qualcuno (es. il vostro avvocato di fiducia) che potrà testimoniare in futuro in tribunale perché voi non sarete credute, i vostri figli non saranno creduti. Annotate, scrivete i nomi di eventuali testimoni, al limite registrate i colloqui; non è molto legale ma tenete presente che in futuro in tribunale sarà solo la vostra parola e quella di vostro figlio contro quella dei Servizi sociali. Se avrete delle prove non potranno incastrarvi.

 2) Se il conflitto è acceso, se ci sono violenze, recatevi presso un Centro antiviolenza, non fidatevi di chi, a titolo personale o come associazione, si fa avanti per aiutarvi, soprattutto non andate mai in un cosiddetto centro di mediazione familiare. Non c’è ancora una legge che regolamenti la mediazione familiare quindi nessuno sa che competenze hanno i sé dicenti mediatori familiari; anche se centri pubblici operano in assenza di una legge, di una normativa. Molti di questi centri sono solo covi di maschilisti, operano con tecniche di programmazione neurolinguistica e il loro obiettivo è di farvi a pezzi.

 3) Non lasciatevi intimidire.

 4) Se qualcuno che non è un medico fa anche solo un accenno alla PAS ditegli che lo potreste denunciare per esercizio abusivo della professione medica.
Se è un medico a parlare di PAS ditegli che per la scienza ufficiale questa cosa non esiste e che quindi rischia un esposto all’Ordine dei Medici perché non si attiene alle conoscenze scientifiche ufficiali.

4) Se non avete redditi avete diritto al gratuito patrocinio sia dell’avvocato sia degli specialisti (CTU e CTP).

Per il CTP la dichiarazione di accettare il gratuito patrocinio deve essere fatta per iscritto dal professionista prima che inizi il suo lavoro e consegnata al vostro avvocato.

Per il CTU la richiesta va fatta al momento del conferimento dell’incarico.

LA SINPIA E LA PAS – V

comunicato

Continuiamo l’analisi del comunicato SINPIA.

Quinta frase:

Tale nozione compare già nel DSM IV nell’Asse V tra i Problemi Relazionali Genitore – Figlio; e’ previsto il suo inserimento nella prossima edizione del DSM V all’interno della nuova categoria dei Disturbi Relazionali, in quanto il fenomeno origina da una patologia della relazione che include il bambino ed entrambi i genitori, ognuno dei quali porta il proprio contributo.

Qui ci sono altre due affermazioni discutibili.

La prima è che questa nozione, alienazione genitoriale cioè, compare già nell’asse V tra i problemi relazionali genitore-figlio. Andiamo a vedere cosa dice l’Asse V del DSM-IV.

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Non sembra che vi sia attinenza tra l’Asse V del DSM-IV e la nozione di alienazione genitoriale.

La seconda affermazione, davvero apodittica, è che nel DSM V (che in realtà è DSM-5) l’alienazione genitoriale sarebbe stata inserita nella nuova categoria dei Disturbi relazionali. Bene, il DSM-5 è stato pubblicato e la categoria del Disturbi Relazionali non c’è.

Sesta frase:

In secondo luogo, colpisce come la Suprema Corte abbia espresso il proprio parere senza fare riferimento ai principi enunciati nella sentenza Cozzini (Cass. Pen. 17.09.10, n. 43786) la quale ha stabilito i criteri di scientificità di una teoria tra cui la “generale accettazione” della teoria stessa da parte della comunità di esperti.

È giunto il momento di analizzare questi nuovi concetti.

La sentenza Cozzini è pronunciata dalla IV Sezione penale della Suprema Corte di Cassazione in un procedimento per omicidio colposo di un operaio esposto a polveri di amianto e deceduto per mesotelioma pleurico. Si è trattato di un giudizio penale, quindi poco pertinente con le vicende separative, ma stabilisce dei principi giuridici che possono essere assunti anche nei processi civilistici, laddove si chiamano in causa concetti scientifici. Con la detta sentenza la Suprema Corte annullò con rinvio il giudizio di appello che vedeva condannati i dirigenti dell’azienda.

Va premesso che in nessun punto della sentenza sono scritte le frasi riportate dalla SINPIA nel suo comunicato, e cioè “generale accettazione” e “comunità di esperti”.

Le argomentazioni sviluppate dalla Suprema Corte in questa sentenza sono di estremo interesse; a pag. 20 infatti si legge:

“… nella maggior parte dei casi un evento può trovare la sua causa, alternativamente, in diversi fattori”.

Riportato alle vicende separative nelle quali i figli rifiutano la relazione con un genitore, questo principio giuridico stabilito dalla sentenza Cozzini ci dice che il rifiuto (l’evento) può trovare la sua causa in diversi fattori e non nell’unico fattore voluto dalla SINPIA nel suo comunicato, e propugnato dai diversi CTU nelle cause di affido dei minori, e cioè la presunta alienazione genitoriale. L’analisi delle possibili motivazioni alla base del rifiuto deve quindi procedere prendendo in esame alternativamente tutte le sue possibili cause, tra le quali certamente la possibile manipolazione della volontà del minore da parte dell’altro genitore, ma anche, con pari dignità, la possibilità che la causa del rifiuto stia proprio nel comportamento del genitore rifiutato verso il figlio.

Questo primo principio giuridico sancito dalla sentenza Cozzini afferma esattamente il contrario di quanto sostengono i vari CTU nelle cause di affidamento minori. I CTU sostengono che la causa del rifiuto è sempre la manipolazione da parte di un genitore (che loro chiamano alienazione genitoriale); la sentenza Cozzini afferma invece il principio giuridico che un evento può trovare la sua causa alternativamente in diversi fattori, che quindi devono essere tutti analizzati.

La SINPIA, con il suo comunicato propugna nella sostanza la sola presunta alienazione genitoriale escludendo a priori l’analisi di tutte le possibili cause del rifiuto, e quindi contraddicendo uno dei principi giuridici affermati dalla Suprema Corte di Cassazione con la sentenza Cozzini, e cioè che di fronte a un evento il consulente tecnico deve prospettare al Giudice tutte le possibili cause che possano spiegare quell’evento, e non, apoditticamente, una sola di esse, inducendolo in errore. C’è da chiedersi se chi ha redatto quel comunicato della SINPIA sia andato a leggersi per intero la sentenza citata o ne ha parlato solo per sentito dire.

Ma non possiamo esimerci dal sottolineare i danni che si fanno alla Giustizia sostenendo tesi preconcette; e qui la SINPIA ha le sue belle responsabilità.

L’analisi dell’utilizzazione del sapere scientifico nel processo (penale nel caso specifico) viene affrontata dalla Suprema Corte dalla pag. 36 in poi: si tratta “di comprendere… se gli enunciati che vengono proposti trovano comune accettazione nella comunità scientifica”. Comunità scientifica, scrive la Suprema Corte, e non ‘comunità di esperti’, come invece scrive la SINPIA nel suo comunicato; e la Corte aggiunge: “Da questo punto di vista il giudice è effettivamente, nel senso più alto, ‘peritus peritorum’: custode e garante della scientificità della conoscenza fattuale espressa nel processo”.

Non deve quindi la SINPIA manifestare meraviglia per il fatto che l’autorità giudiziaria si esprima su enunciati scientifici (seconda frase del comunicato SINPIA) laddove si pretenda di far valere quegli stessi enunciati in Tribunale.

La questione di quella che la SINPIA chiama “generale accettazione” viene affrontata dalla Suprema Corte a pag. 40 dove, richiamando una precedente sentenza delle Sezioni Unite (Sez. Un. 25 gennaio 2005, Rv. 230317 – ), così si esprime: “… le acquisizioni scientifiche cui è possibile attingere nel giudizio … sono quelle ‘più generalmente accolte, più condivise‘, non potendosi pretendere l’unanimità alla luce della ormai diffusa consapevolezza della relatività e mutabilità del sapere scientifico”. Non quindi il concetto della SINPIA, abbastanza opinabile, di ‘generale accettazione da parte di una comunità di esperti’.

Del resto se il concetto di comunità scientifica è abbastanza chiaro e comprensibile per tutti (la comunità degli studiosi le cui ricerche vengono accettate per la pubblicazione in riviste scientifiche di prestigio, verificate e validate da altre pubblicazioni di pari valore, indicizzate dalle banche dati mondiali, ecc., costituendo così il corpus delle conoscenze scientifiche su un dato argomento e in una data epoca) lo è molto meno quello di ‘comunità di esperti’.

Il concetto di ‘esperto’ implica in primo luogo che si chiarisca da quale fonte provenga a quella persona la qualifica di esperto; non può accettarsi il concetto che un gruppo di persone si autoproclami esperto in una determinata questione e sostenga poi che quella questione è scientifica perché ha una generale accettazione da parte della medesima comunità che si è autoproclamata esperta in quella medesima questione: monsieur de La Palice, che se non fosse morto sarebbe ancora in vita, avrebbe qualcosa da dire al proposito.

A questo punto continuiamo a reiterare la domanda iniziale:

Perché la SINPIA, importante società scientifica italiana di neuropsichiatria infantile, in grado quindi di fare scuola nel settore specifico dei disturbi dell’infanzia e dell’adolescenza, si esprime in termini positivi (ved. Linee guida SINPIA e Comunicato SINPIA sulla PAS) su un concetto, quello di alienazione parentale, rigettato dalla comunità scientifica a livello mondiale e in Italia dalle massime autorità istituzionali nel campo della tutela della salute?

QUESITI AL CTU E IN-GIUSTIZIA MINORILE (prima parte)

CTUNelle cause di separazione, quando c’è conflitto tra gli ex-coniugi circa l’affidamento dei figli, quando c’è rifiuto alla frequentazione di un genitore da parte dei figli, o anche successivamente alla separazione quando, dopo una regolare frequentazione insorgono delle difficoltà nella stessa, il genitore che si sente penalizzato ricorre al giudice della separazione per il ripristino del suo diritto di visita ai figli. E non mistifichiamo come al solito parlando di diritto dei figli alla bigenitorialità; chi ricorre al giudice lo fa per far valere un suo preteso diritto. Se la bigenitorialità è davvero un diritto dei figli, agli stessi va riconosciuta la facoltà di rinunciarvi.

Nella vicenda possono essere coinvolti i Servizi sociali, comunali o consultoriali, con il compito di svolgere un’indagine sociale, magari esperire tentativi di mediazione tra le parti, e poi relazionare al giudice. Molto spesso però i Servizi sociali vanno ben al di là del mandato ricevuto lanciandosi in illazioni sulla presenza di disturbi nel bambino o nei genitori, di manipolazione psicologica del minore da parte di un genitore, ecc., improvvisandosi d’emblée specialisti nel fare diagnosi di malattie inesistenti (alienazione genitoriale soprattutto, ma anche sindrome della madre malevola, sindrome di Münchausen per procura, ecc.).

Una breve parentesi.

Gli operatori dei Servizi sociali (assistenti sociali e psicologi) sono dipendenti dei Comuni o delle ASL, e come tali pubblici ufficiali; se nel corso del loro lavoro, quindi nell’esercizio delle loro funzioni, rilevano una situazione che si può configurare come reato (è il caso della sospetta manipolazione psicologica del minore che costituisce un reato di maltrattamento – art. 572 CP) hanno l’obbligo di inviare un referto al Pubblico ministero; obbligo al quale il pubblico ufficiale non si può sottrarre. Ma non è di questo che intendiamo parlare, quanto sopra è scritto per completezza, per meglio inquadrare la questione.

Il giudice della separazione o il giudice minorile, in seguito al ricorso della parte o alla relazione dei servizi sociali, di solito dispone una CTU al fine di acquisire dati tecnici che gli siano di ausilio nella decisione, incaricando uno specialista (psicologo, psichiatra, neuropsichiatra infantile) di svolgerla.

La peculiarità dell’attività richiesta al CTU sta nel fatto che essa ha natura e contenuto prettamente professionale, per lo più sostanziandosi in una prestazione d’opera intellettuale, svolta però nell’interesse non di una parte privata o di un soggetto giuridico individuato e individuabile quale sua controparte contrattuale, ma piuttosto nell’interesse della giustizia rappresentata in concreto dall’ufficio del giudice”. (http://fiere24.ilsole24ore.com/professioni24/ediliziaambiente/ediliziaimmobili/news/CTU.html).

La CTU è difatti un accertamento che si propone di fornire al giudice nozioni tecniche che gli siano di ausilio nella decisione; non è un anticipo della decisione del giudice, non è un procedimento succedaneo del giudizio, che si svolge solo e soltanto innanzi alla Corte. Il giudice formula dei quesiti di natura tecnica ai quali il CTU deve dare risposta attingendo alla sue conoscenze e secondo la metodologia propria della sua disciplina, e assegna un termine per il deposito della relazione finale. Molto spesso però i quesiti formulati dal giudice nei processi di affidamento dei minori vanno al di là del mero accertamento tecnico; ne riportiamo alcuni esempi.

“… accertare … quale sia il regime più favorevole allo sviluppo equilibrato dei minori”.

dica il ctu … quale sia il regime di affidamento più adatto per i bambini, … quale sia la collocazione più idonea e le modalità di frequentazione con il genitore eventualmente affidatario o non collocatario”.

“… stabilisca quali siano le migliori condizioni, nell’esclusivo interesse della minore, di affidamento della stessa e quali le migliori modalità di visita e frequentazione del genitore non collocatario”.

Indichi il CTU il miglior regime di vita e di rapporti fra il minore e i genitori.

Come si può leggere, così formulati, i quesiti vanno ben oltre l’accertamento tecnico ma si spingono a chiedere al CTU di fornire risposte che sono invece di stretta competenza del magistrato, chiedono di formulare dei giudizi sulle vicende oggetto di causa, sono anticipazioni del giudizio. Ciò dovrebbe essere contestato dal CTU ma questi se ne guarda bene sia perché, se lo facesse, rischierebbe di non ricevere altri incarichi, sia perché, sentendosi investito di questo compito di ‘vice-giudice’, se ne sente gratificato nel suo ego.

 Riteniamo che debba essere compito dell’avvocato della parte resistente contestare la formulazione di quesiti che non si limitano a chiedere al CTU di fornire risposte di natura tecnica che possano essere di ausilio nella decisione del giudice ma chiedono al CTU di dare risposte che esulano dai suoi compiti di accertamento tecnico, che sono invece di stretta competenza del magistrato che deve giudicare e rappresentano un’anticipazione del giudizio (modalità di affidamento dei minori, frequentazione con il genitore non collocatario o non affidatario, ecc).

 È possibile che l’opposizione non venga ammessa o venga rigettata; ma così si crea la premessa per il ricorso in Appello e se il caso anche in Cassazione. Se i giudici di merito ritengono ben formulati i quesiti al CTU non su accertamenti tecnici ma su questioni squisitamente giudiziarie (modalità di affidamento dei minori, frequentazione con i due genitori, ecc.) sarà pure il caso di sentire cosa ne pensano i magistrati della Suprema Corte di Cassazione.

 Molto spesso il CTU si spinge anche, nel corso delle operazioni peritali, a svolgere compiti di mediazione (es. intervenendo per facilitare la frequentazione tra genitore e bambino) che non solo non gli competono ma sono incompatibili con la funzione stessa di CTU; le due funzioni sono infatti incompatibili. Si rimanda a un documento che precisa molto bene i rispettivi compiti, del CTU e del mediatore familiare (Ciofi R: Consulenza tecnica d’ufficio e mediazione – http://www.studiociofi.it/docs/20090220_ciofi_ct.pdf).

 Anche questo aspetto andrebbe immediatamente contestato dal CTP che deve tempestivamente segnalare all’avvocato della parte gli eventuali interventi del CTU incompatibili con l’ufficio di CTU; l’avvocato saprà come regolarsi più opportunamente. Una CTU non correttamente condotta può essere annullata e in tal caso il CTU è tenuto a restituire alle parti quanto da lui incassato, oltre l’eventuale risarcimento dei danni.

L’ESPERIENZA FRANCESE – V

cover_aConcludiamo per ora l’analisi dell’esperienza francese su affido condiviso e residenza alternata con un articolo di notevole interesse pubblicato nel 2010 dalla Rivista Actualité Juridiques Famille; gli autori sono rispettivamente un Giudice di famiglia del Tribunale di Nanterre e un Avvocato di Parigi.

Indicano in primo luogo alcuni criteri per concedere la residenza alternata, quali:

– la prossimità delle abitazioni dei genitori
– la disponibilità e la collaborazione dei genitori
– il bambino stesso
– l’accordo dei genitori.

Questi criteri sono cumulativi e l’assenza di uno di essi costituisce un autentico ostacolo alla residenza alternata.

Perché la residenza alternata abbia delle possibilità di successo, la comunicazione tra i genitori dev’essere non solo esistente ma ‘fluida’.
L’accordo tra i genitori è il criterio maggiormente determinante.

In conclusione:
La residenza alternata rimane una bella idea MA «in un mondo popolato da genitori concilianti» e «da bambini psicologicamente solidi».

BIBLIOGRAFIA

Chopin M, Cadars Beaufour C: Les limites de la résidence alternée. Les critères de la résidence alternée, une simple faculté offerte au juge. AJ Famille, n° 1, Janvier 2010.

L’ESPERIENZA FRANCESE – IV

université_GrenobleDi recente il Prof. Poussin ha chiarito in un’intervista il suo pensiero, proprio per mettere fine alla strumentalizzazione del suo testo.
Il Prof. Poussin spiega innanzitutto che dei 3.000 bambini da lui studiati nel libro del 1999 ve ne erano solo 17 in residenza alternata; afferma che se il bambino mostra di non tollerare la residenza alternata bisogna avere il coraggio di fare marcia indietro. Poi aggiunge che devono esserci condizioni precise per proporre la residenza alternata, prima fra tutte la non eccessiva distanza geografica fra le due abitazioni, in maniera che il bambino possa mantenere le sue abitudini (scuola, amici, ecc), poi il basso livello del conflitto genitoriale e infine l’età del bambino; conclude affermando che non bisogna separare il bambino di età inferiore a due anni dalla sua figura di attaccamento per più di 24 ore.

La residenza alternata pone degli interrogativi ai quali bisogna dare risposta, prosegue sempre il Prof. Poussin, bisogna analizzare le sue motivazioni più profonde.

Si tratta di un progetto comune?

È una soluzione per rivedere spesso il proprio ex-partner?

Una volontà di contrariare l’altro?

La sola scelta possibile in un contesto di crisi?

Bisogna portare alla luce il conflitto, non ‘mettere la testa sotto la sabbia’. Con la residenza alternata stiamo facendo il reale interesse del minore, diviso in due nelle teste dei suoi genitori e attraverso le false buone ragioni? La modalità di affidamento può essere mero oggetto di strumentalizzazione tra i due genitori, un modo per mantenere una forte relazione con l’ex-partner dal quale non ci si vuole staccare.

Non è quindi una decisione da prendere alla leggera o affidare agli automatismi di un provvedimento legislativo, come se si trattasse di regolare il traffico in un incrocio; va demandata alla professionalità e al personale convincimento del Giudice che deciderà caso per caso.

FONTE

http://forum.aufeminin.com/forum/f698/__f46_f698-Le-psychologue-gerard-poussin-et-la-residence-alternee.html

L’ESPERIENZA FRANCESE – III

brissetProseguiamo l’analisi dell’esperienza francese in termini di affido condiviso e residenza alternata riportando quanto scrive il terzo autore del libro del 2010, Pour ou contre la garde alternée?; si tratta della D.ssa Claire Brisset, che è stata per sei anni Défenseur des enfants, un incarico governativo equivalente al nostro Garante per l’infanzia; della sua esperienza la D.ssa Brisset scrive:

Durante il mio mandato (della durata di 6 anni non rinnovabili), ho avuto l’occasione di occuparmi concretamente della questione, e di altre, come quella di sapere se bisogna o no mandare a scuola bambini di 2 anni.

Trattando la residenza alternata, ho preso come punto di partenza il tempo del bambino: esso va da zero a tre anni ed è incomprimibile.
I più piccoli hanno bisogno di tre anni per uscire dalla «fase» bébé, un periodo essenziale. Si chiede a un essere incompiuto di imparare cose estremamente difficili, camminare, parlare, comprendere che lui stesso è distinto dagli esseri che lo circondano, in particolare da sua madre. Bisogna preservarlo e prendere tutte le misure possibili per aiutarlo in questo sviluppo per il quale non è possibile alcun ritorno.
Un bambino più grande può fare qualche ‘andata e ritorno’ con la sua storia, ma un bambino così piccolo non ha modo di concettualizzare ciò che gli arriva: può metabolizzare, trasformare, ma non ha né la distanza critica, né la capacità di ragionamento necessarie per analizzare gli avvenimenti. Egli subisce.

BIBLIOGRAFIA

Brisset C, Dolto C, Poussin G: Pour o contro la garde alternée? Mordicus, 2010.

L’ESPERIENZA FRANCESE – II

doltoNel post precedente abbiamo riportato il punto di vista del Prof. Gérard Poussin, uno dei propugnatori dell’affido condiviso prima del 2002, che però adesso, a distanza di alcuni anni dall’entrata in vigore di quella legge si mostra critico verso quei provvedimenti.

Dallo stesso libro, Pour ou contre la garde alternée?, riportiamo il parere della D.ssa Catherine Dolto, pediatra, che scrive:

L’uguaglianza dei sessi e dei diritti non deve far confondere tra padre evmadre. Questo non è vero e mai lo sarà. D’altronde tutto ciò che il bambino nell’utero scambia con la madre è molto importante. Il rapporto sensuale, cioè la somma di messaggi sensoriali che riceviamo e scegliamo e quelli che associamo come indici di piacere/dispiacere, sicurezza/insicurezza, buono/cattivo, è molto importante. Il sensuale è costitutivo della nostra intelligenza, della nostra personalità, è il fondo affettivo sul quale si svilupperà la cognizione.
Questa inizia durante la vita prenatale e ha le sue radici in questa condivisione «indelebile» con la madre. Molti dei legami si tessono abbastanza presto tra la madre e il bambino. Essi non possono essere gli stessi con il padre, anche se la sua presenza è, durante la vita prenatale, essenziale.

Se la madre non è del tutto «disfunzionale», è più sicuro per il bambino essere in residenza principale presso di lei fino ai 6 annni di età, e vedendo anche il più possibile suo padre. Se vive in un unico luogo, ci sono meno rischi di fratture che metterebbero la sua identità a dura prova.

BIBLIOGRAFIA

Brisset C, Dolto C, Poussin G: Pour o contro la garde alternée? Mordicus, 2010.

L’ESPERIENZA FRANCESE – I

poussinLa legge francese che ha introdotto nel Code civil l’affidamento condiviso e la residenza alternata (garde alternée) è del 2002; sino ad allora l’affidamento era monogenitoriale e il codice civile vietava espressamente il doppio domicilio dei figli di coppie separate. Molte coppie però, di comune accordo e venendo incontro ai desideri dei loro figli, adottavano questa modalità che però era vietata dalla legge.

Al fine di ovviare a questa situazione di illegalità di fatto, e sulla scorta di lavori di psicologi e sociologi che dimostravano che la doppia residenza del minore, quando adottata di comune accordo, non aveva effetti negativi sullo sviluppo del bambino, il Parlamento francese giunse all’approvazione della legge del 2002.

A distanza di alcuni anni dall’introduzione dell’affido condiviso e della residenza alternata gli stessi studiosi che li avevano propugnati negli anni ’90 si sono accorti che le cose non funzionavano come dovevano e hanno cominciato a pubblicare lavori critici verso queste modalità di affidamento.

In particolare il Prof. Gérard Poussin, Professore di psicologia clinica all’università Pierre Mendès-France di Grenoble nel 2010 ha pubblicato insieme ad altri studiosi un libro dal titolo significativo, Pour ou contre la garde alternée?, nel quale testualmente scrive:

La residenza alternata non può affatto essere pensata con la stessa modalità per età differenti. Ci sono differenze evidenti tra un bambino molto piccolo, un bambino nel periodo scolare e un adolescente.

Vorrei farvi conoscere il risultato di due studi che abbiamo realizzato. Il primo è conosciuto e pubblicato e l’altro in corso di stampa.
Il primo studio è stato fatto nel 1996, prima della legge del marzo 2002 che ha autorizzato la residenza alternata. È risultato che i bambini in residenza alternata erano il 3,6% e avevano una migliore stima di sé rispetto ai bambini che vivevano secondo una modalità di affido più classica: la residenza principale.
Oggi questa differenza è completamente scomparsa. Questo significa che prima del 2002, poiché il giudice non poteva imporre la residenza alternata, i genitori dovevano mettersi d’accordo e comunicare tra loro. Oggi, si ha sempre il 3,6% che comunicano tra loro e il restante 16% cui questa modalità di affido è stata imposta. E senza comunicazione, i benefici della residenza alternata sono annullati.

BIBLIOGRAFIA

Brisset C, Dolto C, Poussin G: Pour o contro la garde alternée? Mordicus, 2010.

L’ESPERIENZA INGLESE (seconda e ultima parte)

University_of_OxfordIl documento cita tantissima bibliografia, la maggior parte della quale molto recente, e stabilisce alcuni punti fermi:

1. non c’è evidenza scientifica del fatto che sussista una relazione fra lo sviluppo del bambino e la quantità di tempo che lo stesso trascorre con un genitore; ad essere determinante per il benessere del minore è la qualità del rapporto con il genitore, non la quantità di tempo che materialmente trascorrono insieme (pag.6);

2. per un bambino, lo spostarsi da una residenza all’altra è un’esperienza influenzata da una serie di fattori: la distanza fra le abitazioni, il livello di conflittualità esistente fra le due figure genitoriali, la frequenza degli spostamenti e, ovviamente, la personalità e le preferenze del minore stesso; un continuo “impacchettare e trasferirsi”, oltre alle difficoltà pratiche, può comportare al bambino un notevole stress emotivo (pag.6);

3. quelle famiglie separate che riescono a gestire un simile regime (cioè lo shared parenting time) si sono accordate autonomamente sulle modalità e presentano di solito le seguenti caratteristiche: i genitori hanno un alto livello di scolarizzazione, sono economicamente benestanti, hanno un orario di lavoro flessibile, le abitazioni sono vicine e il padre era coinvolto nella vita del minore prima della separazione, cioè si occupava quotidianamente della cura dello stesso, almeno sin da momento in cui il bambino ha iniziato a frequentare la scuola elementare (pag.6);

4. l’affido condiviso stabilito di comune accordo tra i genitori e l’affido condiviso imposto dal Tribunale a coppie conflittuali non producono i medesimi risultati (pag.7);

5. non ci sono comunque studi scientifici sugli effetti a lungo termine di qualunque tipo di affido condiviso (pag.7);

6. le situazioni in cui l’affido condiviso, inteso come shared parenting time, non è consigliabile per gli effetti negativi che ha sul minore sono tre: quando la madre manifesta preoccupazione per la sicurezza del minore, quando c’è un alto livelo di conflittualità genitoriale, quando il minore è molto piccolo (pag.8).

Situazione n°1: la preoccupazione della madre. Uno studio su 10.000 casi di affido condiviso riporta che quelle madri che manifestano preoccupazione per la sicurezza del minore sono di solito madri che hanno subito abusi dall’altro genitore: si configura, cioè, una situazione di violenza domestica preesistente alla separazione (la violenza assistita è un abuso su minore a tutti gli effetti);

Situazione n°2: l’analisi dei casi di minori per i quali è stato predisposto un affido condiviso con un alto livello di conflittualità fra i genitori, ha dimostrato che gli stessi minori dopo 3-4 anni – durante i quali hanno continuato a subire il conflitto a causa delle modalità dell’affido – presentano difficoltà attentive, difficoltà nella concentrazione e difficoltà a portare a termine un compito assegnato; più rigido è il regime del condiviso, maggiori sono le difficoltà del minore, che può raggiungere livelli di iperattività e disattenzione clinicamente rilevanti; quando la conflittualità è tale che i genitori non comunicano l’uno con l’altro, creando il fenomeno della genitorialità parallela (parallel parenting) la stabilità del minore è a rischio.

Situazione n°3: per un bambino al di sotto dei 4 anni è particolarmente deleterio stabilire che si sposti di notte in notte da una casa all’altra.

L’ultimo argomento trattato dallo studio è il mantenimento e il problema dell’inadempienza dei padri; una delle argomentazioni a sostegno dello shared parenting sostiene infatti che una equa suddivisione del tempo incoraggerebbe il genitore restio a contribuire economicamente alla vita dei figli ad assumersi le sue responsabilità. Si domanda lo studio: Does shared time encourage fathers to financially support their children? (pag.9) Davvero il condiviso incoraggerebbe i padri a sostenere economicamente i propri figli?

La risposta è NO: property settlements reached when shared time is in place will result in longer-term economic disadvantage for separated mothers and children and increased social security costs. Gli accordi economici relativi alle proprietà raggiunti in regime di affido condiviso finiscono con l’essere svantaggiosi per le madri e i minori, causando tra l’altro un aumento degli oneri per il welfare.

A pag. 12 lo studio offre una panoramica sul grado di soddisfazione dei soggetti sottoposti ad accordi che impongono lo shared parenting. Da un intervista ai padri, alle madri e ai figli risulterebbe che parents are more likely to be satisfied than children and fathers are more likely to be satisfied than mothers: in percentuale i genitori sono più soddisfatti dei figli e i padri sono più soddisfatti delle madri. Mentre il padre è soddisfatto anche se il rapporto continua ad essere molto conflittuale, la madre è più in linea con lo sconforto del minore di fronte ad una soluzione che, invece di sedare i conflitti, li perpetua nel tempo.

Insomma: chi non è per niente contento è il bambino.

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