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Categoria: Affido condiviso Page 2 of 3

LA SINPIA E LA PAS – V

comunicato

Continuiamo l’analisi del comunicato SINPIA.

Quinta frase:

Tale nozione compare già nel DSM IV nell’Asse V tra i Problemi Relazionali Genitore – Figlio; e’ previsto il suo inserimento nella prossima edizione del DSM V all’interno della nuova categoria dei Disturbi Relazionali, in quanto il fenomeno origina da una patologia della relazione che include il bambino ed entrambi i genitori, ognuno dei quali porta il proprio contributo.

Qui ci sono altre due affermazioni discutibili.

La prima è che questa nozione, alienazione genitoriale cioè, compare già nell’asse V tra i problemi relazionali genitore-figlio. Andiamo a vedere cosa dice l’Asse V del DSM-IV.

dsm_v

Non sembra che vi sia attinenza tra l’Asse V del DSM-IV e la nozione di alienazione genitoriale.

La seconda affermazione, davvero apodittica, è che nel DSM V (che in realtà è DSM-5) l’alienazione genitoriale sarebbe stata inserita nella nuova categoria dei Disturbi relazionali. Bene, il DSM-5 è stato pubblicato e la categoria del Disturbi Relazionali non c’è.

Sesta frase:

In secondo luogo, colpisce come la Suprema Corte abbia espresso il proprio parere senza fare riferimento ai principi enunciati nella sentenza Cozzini (Cass. Pen. 17.09.10, n. 43786) la quale ha stabilito i criteri di scientificità di una teoria tra cui la “generale accettazione” della teoria stessa da parte della comunità di esperti.

È giunto il momento di analizzare questi nuovi concetti.

La sentenza Cozzini è pronunciata dalla IV Sezione penale della Suprema Corte di Cassazione in un procedimento per omicidio colposo di un operaio esposto a polveri di amianto e deceduto per mesotelioma pleurico. Si è trattato di un giudizio penale, quindi poco pertinente con le vicende separative, ma stabilisce dei principi giuridici che possono essere assunti anche nei processi civilistici, laddove si chiamano in causa concetti scientifici. Con la detta sentenza la Suprema Corte annullò con rinvio il giudizio di appello che vedeva condannati i dirigenti dell’azienda.

Va premesso che in nessun punto della sentenza sono scritte le frasi riportate dalla SINPIA nel suo comunicato, e cioè “generale accettazione” e “comunità di esperti”.

Le argomentazioni sviluppate dalla Suprema Corte in questa sentenza sono di estremo interesse; a pag. 20 infatti si legge:

“… nella maggior parte dei casi un evento può trovare la sua causa, alternativamente, in diversi fattori”.

Riportato alle vicende separative nelle quali i figli rifiutano la relazione con un genitore, questo principio giuridico stabilito dalla sentenza Cozzini ci dice che il rifiuto (l’evento) può trovare la sua causa in diversi fattori e non nell’unico fattore voluto dalla SINPIA nel suo comunicato, e propugnato dai diversi CTU nelle cause di affido dei minori, e cioè la presunta alienazione genitoriale. L’analisi delle possibili motivazioni alla base del rifiuto deve quindi procedere prendendo in esame alternativamente tutte le sue possibili cause, tra le quali certamente la possibile manipolazione della volontà del minore da parte dell’altro genitore, ma anche, con pari dignità, la possibilità che la causa del rifiuto stia proprio nel comportamento del genitore rifiutato verso il figlio.

Questo primo principio giuridico sancito dalla sentenza Cozzini afferma esattamente il contrario di quanto sostengono i vari CTU nelle cause di affidamento minori. I CTU sostengono che la causa del rifiuto è sempre la manipolazione da parte di un genitore (che loro chiamano alienazione genitoriale); la sentenza Cozzini afferma invece il principio giuridico che un evento può trovare la sua causa alternativamente in diversi fattori, che quindi devono essere tutti analizzati.

La SINPIA, con il suo comunicato propugna nella sostanza la sola presunta alienazione genitoriale escludendo a priori l’analisi di tutte le possibili cause del rifiuto, e quindi contraddicendo uno dei principi giuridici affermati dalla Suprema Corte di Cassazione con la sentenza Cozzini, e cioè che di fronte a un evento il consulente tecnico deve prospettare al Giudice tutte le possibili cause che possano spiegare quell’evento, e non, apoditticamente, una sola di esse, inducendolo in errore. C’è da chiedersi se chi ha redatto quel comunicato della SINPIA sia andato a leggersi per intero la sentenza citata o ne ha parlato solo per sentito dire.

Ma non possiamo esimerci dal sottolineare i danni che si fanno alla Giustizia sostenendo tesi preconcette; e qui la SINPIA ha le sue belle responsabilità.

L’analisi dell’utilizzazione del sapere scientifico nel processo (penale nel caso specifico) viene affrontata dalla Suprema Corte dalla pag. 36 in poi: si tratta “di comprendere… se gli enunciati che vengono proposti trovano comune accettazione nella comunità scientifica”. Comunità scientifica, scrive la Suprema Corte, e non ‘comunità di esperti’, come invece scrive la SINPIA nel suo comunicato; e la Corte aggiunge: “Da questo punto di vista il giudice è effettivamente, nel senso più alto, ‘peritus peritorum’: custode e garante della scientificità della conoscenza fattuale espressa nel processo”.

Non deve quindi la SINPIA manifestare meraviglia per il fatto che l’autorità giudiziaria si esprima su enunciati scientifici (seconda frase del comunicato SINPIA) laddove si pretenda di far valere quegli stessi enunciati in Tribunale.

La questione di quella che la SINPIA chiama “generale accettazione” viene affrontata dalla Suprema Corte a pag. 40 dove, richiamando una precedente sentenza delle Sezioni Unite (Sez. Un. 25 gennaio 2005, Rv. 230317 – ), così si esprime: “… le acquisizioni scientifiche cui è possibile attingere nel giudizio … sono quelle ‘più generalmente accolte, più condivise‘, non potendosi pretendere l’unanimità alla luce della ormai diffusa consapevolezza della relatività e mutabilità del sapere scientifico”. Non quindi il concetto della SINPIA, abbastanza opinabile, di ‘generale accettazione da parte di una comunità di esperti’.

Del resto se il concetto di comunità scientifica è abbastanza chiaro e comprensibile per tutti (la comunità degli studiosi le cui ricerche vengono accettate per la pubblicazione in riviste scientifiche di prestigio, verificate e validate da altre pubblicazioni di pari valore, indicizzate dalle banche dati mondiali, ecc., costituendo così il corpus delle conoscenze scientifiche su un dato argomento e in una data epoca) lo è molto meno quello di ‘comunità di esperti’.

Il concetto di ‘esperto’ implica in primo luogo che si chiarisca da quale fonte provenga a quella persona la qualifica di esperto; non può accettarsi il concetto che un gruppo di persone si autoproclami esperto in una determinata questione e sostenga poi che quella questione è scientifica perché ha una generale accettazione da parte della medesima comunità che si è autoproclamata esperta in quella medesima questione: monsieur de La Palice, che se non fosse morto sarebbe ancora in vita, avrebbe qualcosa da dire al proposito.

A questo punto continuiamo a reiterare la domanda iniziale:

Perché la SINPIA, importante società scientifica italiana di neuropsichiatria infantile, in grado quindi di fare scuola nel settore specifico dei disturbi dell’infanzia e dell’adolescenza, si esprime in termini positivi (ved. Linee guida SINPIA e Comunicato SINPIA sulla PAS) su un concetto, quello di alienazione parentale, rigettato dalla comunità scientifica a livello mondiale e in Italia dalle massime autorità istituzionali nel campo della tutela della salute?

LA SINPIA E LA PAS – IV

comunicato

Analizziamo ora più in dettaglio il comunicato SINPIA. Il comunicato si trova qui, ma per maggiore chiarezza lo abbiamo aggiunto all’inizio come immagine.

La prima frase è la seguente:

La Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza ritiene opportuno esprimere il proprio parere in merito all’eco destata dalla recente sentenza n. 7041 del 20.03.2013 della Corte di Cassazione e dalle affermazioni ivi contenute circa la nozione di PAS (Parental Alienation Syndrome).

Una società scientifica come la SINPIA ritiene di esprimere un parere sulle affermazioni contenute in una sentenza della Suprema Corte di Cassazione. Abbastanza anomala come presa di posizione; in quanti altri casi una società scientifica ha ritenuto di esprimere un parere critico su una sentenza giudiziaria?

La seconda frase:

In primo luogo, al di là dell’opportunità che l’autorità giudiziaria si sostituisca alla comunità scientifica nel rilasciare giudizi su argomenti altamente specialistici, si ritiene che il problema relativo all’esistenza o meno di una “sindrome” legata all’alienazione di una figura genitoriale venga posto in modo incongruo.

Qui rileviamo un’inesattezza; l’autorità giudiziaria, nello specifico la Suprema Corte di Cassazione, non si è affatto sostituita alla comunità scientifica ma si è pronunciata su una questione squisitamente giuridica, e cioè che uso si deve fare in tribunale di concetti non validati dalla scienza, ponendo un fondamentale principio giuridico, quello cioè che non si possono adottare soluzioni giudiziarie basate su concetti privi di riconoscimento scientifico. Ne abbiamo già parlato qui (post precedente).

L’invasione di campo, per così dire, avviene al contrario; non è l’autorità giudiziaria che ha invaso il campo scientifico ma è la SINPIA che pretende di dire ai giudici quello che devono accettare in tribunale, anche quando i giudici affermano che certe cose non possono essere accettate, come è il caso del concetto di alienazione genitoriale.

La terza frase:

Fenomeni come il mobbing, lo stalking ed il maltrattamento esistono ed assumono valenze giuridiche a prescindere dal riconoscimento di disturbi identificabili come sintomatici.

Qui la SINPIA avvicina l’alienazione genitoriale al mobbing, stalking e maltrattamento; in effetti, nei rari casi in cui un genitore cerca di manipolare un figlio per metterlo contro l’altro genitore, nella famiglia unita o in quella separata, compie un reato di maltrattamento psicologico nei confronti del minore, sanzionabile penalmente. La definizione di un comportamento del genere c’è già e si chiama maltrattamento del minore (art. 572 del codice penale), perché chiamarlo in altro modo?

Quarta frase:

La comunità scientifica è concorde nel ritenere che la alienazione di un genitore non rappresenti di per sé un disturbo individuale a carico del figlio ma piuttosto un grave fattore di rischio evolutivo per lo sviluppo psicoaffettivo del minore stesso.

In questa frase vengono fatte due affermazioni azzardate.

In primo luogo la SINPIA afferma che la comunità scientifica sarebbe concorde nel ritenere che … ecc, ecc. Quale comunità scientifica di grazia? La comunità scientifica psichiatrica e neuropsichiatrica infantile internazionale, quella che si riconosce nel DSM e nell’ICD, si è già pronunciata contro il concetto di alienazione genitoriale che non è stato nominato in nessuna sezione delle rispettive classificazioni. A questo punto chi resta?

In secondo luogo la SINPIA afferma che questo concetto non scientifico, l’alienazione genitoriale appunto, sarebbe un fattore di rischio evolutivo, ecc, ecc. Tale affermazione non è supportata da evidenze scientifiche. I neuropsichiatri infantili dicano quanti bambini hanno in cura affetti da problemi dello sviluppo psicoaffettivo perché ‘alienati’, come sostiene la SINPIA, da un genitore contro l’altro; ci facciano sapere quanti sono rispetto al totale dei bambini, l’1%, il 10%, il 100%. Ce lo facciano sapere, ovviamente, con dati attendibili, validati dalla ricerca, pubblicati su riviste scientifiche di rilievo; è così che si fa la scienza, non con le affermazioni apodittiche.

Il guaio è, e non lo si vuole riconoscere, che quando un bambino rifiuta il rapporto con uno dei due genitori lo fa perché ha i suoi buoni motivi per esprimere il rifiuto. Naturalmente, se i motivi del rifiuto sono banali la cosa si aggiusta da sé in breve tempo e non c’è bisogno di alcun intervento; ma se i motivi del rifiuto sono gravi, quali violenza o abusi, è bene che quel bambino stia al sicuro, il più lontano possibile dal genitore violento o abusante. Coabitare con un genitore violento o abusante è un sicuro fattore di rischio per il bambino, non il contrario.

A questo punto continuiamo a reiterare la domanda iniziale:

Perché la SINPIA, importante società scientifica italiana di neuropsichiatria infantile, in grado quindi di fare scuola nel settore specifico dei disturbi dell’infanzia e dell’adolescenza, si esprime in termini positivi (ved. Linee guida SINPIA e Comunicato SINPIA sulla PAS) su un concetto, quello di alienazione parentale, rigettato dalla comunità scientifica a livello mondiale e in Italia dalle massime autorità istituzionali nel campo della tutela della salute?

 

LA SINPIA E LA PAS – III

cassazioneNel marzo del 2013 la Suprema Corte di Cassazione, I Sezione Civile, con la sentenza n° 7041, si è pronunciata sull’uso processuale di concetti privi di riconoscimento scientifico.

Questa sentenza pone un principio giuridico fondamentale, un autentico pilastro del diritto, che è il seguente:

Non può ritenersi che, soprattutto in ambito giudiziario, possano adottarsi delle soluzioni prive del necessario conforto scientifico, come tali potenzialmente produttive di danni ancor più gravi di quelli che le teorie ad esse sottese, non prudentemente e rigorosamente verificate, pretendono di scongiurare.

La Suprema Corte ci dice che in ambito giudiziario non è possibile adottare soluzioni basate su concetti, come quello di PAS, privi del necessario riconoscimento scientifico perché esse provocano danni maggiori di quelli che si pretendono di scongiurare in base alla teoria medesima, priva di riconoscimento scientifico.

Il discorso della Suprema Corte è di una chiarezza cristallina e pone un fondamentale principio giuridico che il magistrato che emette una sentenza è tenuto a rispettare: non si possono adottare soluzioni giudiziarie basate su concetti privi di riconoscimento scientifico.

La SINPIA, in un recente comunicato, critica questo principio giuridico ritenendo sufficiente che la teoria, sia pur priva di riconoscimento scientifico ufficiale, abbia una “generale accettazione” da parte di una comunità di esperti.

Ci asteniamo per ora, per carità di patria, dall’analizzare l’inconsistenza epistemologica dei due concetti espressi dalla SINPIA nel suo comunicato, quello di “generale accettazione” e quello di “comunità di esperti”.

Non possiamo non rilevare, a questo punto, una sorta di excusatio non petita da parte della SINPIA; sappiamo difatti, che dopo le critiche da parte del Ministero della salute, i sostenitori della PAS si sono affrettati a dire che non più di PAS si doveva parlare ma solo di alienazione genitoriale, e che le due cose sono diverse. Come si può leggere, la Suprema Corte di Cassazione si esprime in termini critici nei confronti della PAS dicendo che il concetto è privo del necessario conforto scientifico (cioè non ha basi scientifiche sufficienti). Orbene, se i due concetti, quello di PAS e quello di alienazione genitoriale, sono differenti, come sostengono i sostenitori della PAS, non c’è motivo di risentirsi dal momento che la Suprema Corte di Cassazione critica solo il concetto di PAS. Se la SINPIA emette quel comunicato contro la sentenza, dà atto che i due concetti sono identici e che quindi ogni critica rivolta al concetto di PAS vale anche per quello di alienazione genitoriale.

A questo punto continuiamo a reiterare la domanda iniziale:

Perché la SINPIA, importante società scientifica italiana di neuropsichiatria infantile, in grado quindi di fare scuola nel settore specifico dei disturbi dell’infanzia e dell’adolescenza, si esprime in termini positivi (ved. Linee guida SINPIA e Comunicato SINPIA sulla PAS su un concetto, quello di alienazione parentale, rigettato dalla comunità scientifica a livello mondiale e in Italia dalle massime autorità istituzionali nel campo della tutela della salute?

E perché la SINPIA con il suo comunicato giunge addirittura, cosa inaudita, a criticare la Suprema Corte di Cassazione?

LA SINPIA E LA PAS – II

Di recente in Italia il problema della PAS è stato portato all’attenzione dei massimi livelli istituzionali e le valutazioni da essi espresse sono univoche: si tratta di concetti privi di valore scientifico.

ministero_saluteSi è pronunciato per primo il Ministero della salute, che per voce del Sottosegretario alla Salute, prof. Adelfio Elio Cardinale, in risposta a una interrogazione parlamentare fatta dall’On. Borghesi, vice-capogruppo dell’IDV alla camera dei Deputati, così si è espresso:

L’Istituto superiore di sanità, interpellato perché è il più alto organo di consulenza scientifica del Ministero, ha sottolineato che i fenomeni di ritiro dell’affetto da parte del bambino nei confronti di uno dei genitori, emersi in alcuni casi di affidamenti a seguito di divorzio, possono essere gestiti dagli operatori legali e sanitari senza necessità di invocare una patologia mentale per spiegare i sentimenti negativi di un bambino verso un genitore. L’inutile e scientificamente non giustificato etichettamento come «caso psichiatrico» può rendere ancora più pesante la difficile situazione di un bambino conteso. Sebbene la PAS sia stata denominata arbitrariamente dai suoi proponenti con il termine «disturbo», in linea con la comunità scientifica internazionale, l’Istituto superiore di sanità non ritiene che tale costrutto abbia né sufficiente sostegno empirico da dati di ricerca, né rilevanza clinica tali da poter essere considerata una patologia e, dunque, essere inclusa tra i disturbi mentali nei manuali diagnostici.

Al pronunciamento inequivocabile del Ministro della salute ha fatto seguito un altro importante parere che è quello del Presidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici:

La cosiddetta PAS è priva di riconoscimenti ufficiali in assenza di evidenze scientifiche e non è codificata dai principali sistemi classificativi delle malattie DSM-IV e ICD-10, mancando allo stato attuale criteri diagnostici condivisi nell’ambito della comunità scientifica.

Sono seguiti poi i pareri di due Assessori Regionali alla Sanità; l’Assessore alla sanità della Regione Toscana afferma:

Si ritiene quantomeno inopportuno che un professionista che ha il dovere di descrivere obbiettivamente a e approfonditamente il caso utilizzando gli strumenti che la pratica professionale gli mette a disposizione, si riferisa a una patologia non riconosciuta a livello scientifico e non classificata come malattia.

L’Assessore alla sanità della Regione Emilia Romagna afferma:

L’opinione condivisa dei professionisti della nostra Regione è che al momento la Parental alienation syndrome, o sindrome da alienazione genitoriale, sia da considerare solamente un costrutto di natura argomentativa che, in quanto, tale non può trovare spazio all’interno delle diagnosi cliniche.

Sulla PAS si è pronunciata anche la Società Italiana di Pediatria:

La Sindrome di Alienazione Parentale non è riconosciuta dalla letteratura scientifica di riferimento e non è inclusa né nel DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) né nell’ICD (International Classification of Diseases) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità” afferma il Presidente della SIP Giovanni Corsello. “La comunità scientifica si è già pronunciata contro l’uso improprio della PAS nelle sofferte e spesso laceranti controversie per l’affidamento dei figli”.

Ed è recente anche il parere dell’Ordine degli Psicologi del Lazio:

Per evitare il ricorso a diagnosi «prive del necessario conforto scientifico, come tali potenzialmente produttive di danni» molto gravi, come la Corte di Cassazione definisce la Sindrome di alienazione genitoriale (Pas) richiamata nel procedimento di appello, è assolutamente necessario che l’ascolto del minore sia condotto in maniera impeccabile da professionisti competenti che siano, dunque, in grado di valutare le affermazioni del minore anche in base allo stadio attuale del suo sviluppo cognitivo e di supportare così l’operato del giudice, ovviamente privo di competenze specifiche al riguardo.

A questo punto reiteriamo la domanda iniziale:

Perché la SINPIA, importante società scientifica italiana di neuropsichiatria infantile, in grado quindi di fare scuola nel settore specifico dei disturbi dell’infanzia e dell’adolescenza, si esprime in termini positivi (ved. Linee guida SINPIA e Comunicato SINPIA sulla PAS) su un concetto, quello di alienazione parentale, rigettato dalla comunità scientifica a livello mondiale e in Italia dalle massime autorità istituzionali nel campo della tutela della salute?

LA SINPIA E LA PAS – I

sinpia

La SINPIA è la Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e Adolescenza; si tratta di un’importante società scientifica che riunisce la maggior parte dei medici specialisti in Neuropsichiatria Infantile.

La PAS, ovvero la sindrome di alienazione parentale, o genitoriale, è un concetto proposto nel 1985 negli USA dal Dr Richard Alan Gardner, un medico generico (non era specialista né in psichiatria né in neuropsichiatria infantile né, tanto meno, in medicina-legale), che svolgeva attività libero-professionale come consulente nei tribunali americani, soprattutto nelle vicende in cui si discuteva di affidamento dei figli minori dopo la separazione dei genitori.

Il concetto di alienazione parentale non ha mai convinto la comunità scientifica statunitense tanto che non è mai stato ricompreso nella classificazione ufficiale dei disturbi mentali (DSM), ed escluso anche dalla recente quinta edizione del DSM (DSM-5); per la sezione dei disturbi mentali dell’infanzia e dell’adolescenza collaborano alla stesura del manuale i più importanti neuropsichiatri infantili a livello mondiale.

Per la quarta edizione (DSM-IV) hanno collaborato al capitolo dei disturbi dell’infanzia e dell’adolescenza i seguenti specialisti: David Shaffer, M.D., Benjamin Lahey, Ph.D., Magda Campbell, M.D., Rolf Loeber, Ph.D., Susan J. Bradley, M.D., Jeffrey Newcorn, M.D., Dennis P. Cantwell, M.D., Rhea Paul, Ph.D., Gabrielle A. Carlson, M.D., Judith H. L., Rapoport, M.D., Donald Jay Cohen, M.D., Sir Michael Rutter, M.D., Barry Garfinkel, M.D., Fred Volkmar, M.D., Rachel Klein, Ph.D. e John S. Werry, M.D. Se si fa una ricerca con google si può vedere chi sono e dove lavorano.

Del Comitato scientifico italiano che ha curato l’edizione italiana del DSM-IV hanno fatto parte la prof.ssa Adriana Guareschi-Cazzullo, Direttore dell’Istituto di Scienze Neurologiche e Psichiatriche dell’Infanzia e dell’Adolescenza – Università di Milano, il prof. Alessandro Petrilli, Professore Associato di Psicologia Clinica – Dipartimento di Scienze Neurologiche e Psichiatriche dell’Età Evolutiva – Università La Sapienza di Roma, il prof. Corrado Pontalti, Professore Associato di Psicoterapia – Primario del Servizio di Psicoterapia Familiare – Istituto di Psichiatria Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, e il prof. Mario Scarcella, Professore Ordinario di Neuropsichiatria Infantile – Direttore della Scuola di Specializzazione in Neuropsichiatria Infantile – Università di Bari.

Nessuno di questi neuropsichiatri infantili ha ritenuto di far entrare il concetto di alienazione parentale nella classificazione dei disturbi mentali; questo concetto è quindi fuori dalla scienza ufficiale.

Perché la SINPIA, importante società scientifica italiana di neuropsichiatria infantile, in grado quindi di fare scuola nel settore specifico dei disturbi dell’infanzia e dell’adolescenza, si esprime in termini positivi (ved. Linee guida SINPIA, pag 10, e Comunicato SINPIA sulla PAS) su un concetto, quello di alienazione parentale, rigettato dalla comunità scientifica a livello internazionale?

LA CONVENZIONE DI ISTANBUL E LE ASSOCIAZIONI DEI PADRI SEPARATI

gatto-volpeIn un post precedente abbiamo parlato della Convenzione di Istanbul e di come i principi in essa contenuti non vengano rispettati dalle associazioni dei padri separati che d’altro canto si propongono come interlocutori della politica per far approvare progetti di legge di modifica del diritto di famiglia.

Questa contraddizione desta più di qualche sospetto; l’ideologia di queste associazioni, e dei gruppi collaterali a esse, è ancora quella patriarcale (ne abbiamo parlato qui e qui, retriva e reazionaria, maschilista e misogina, che coltiva la cultura della sottomissione della donna all’uomo, che minimizza e nega i femminicidi facendosene così mandante.

Soggetti di tal fatta possono essere credibili quando si propongono come interlocutori della politica sostenendo che i loro progetti di legge sono nell’interesse delle donne e dei minori? Francamente crediamo di no; di lupi vestiti da agnelli è pieno il mondo. Ma si sa, noi siamo femminist*, malevol* e magari ci abbiamo pure la peste. Allora mettiamoli alla prova.

La prova del nove, il discrimine tra chi sostiene la violenza contro le donne e chi la condanna è la Convenzione di Istanbul; chi, singolo o associato, aderisce ai principi della Convenzione di Istanbul e ne condivide i principi, dà prova inequivocabile di essere contro la violenza sulle donne e di impegnarsi nella sua azione civile e sociale a contrastarla in tutte le sue forme, fisica e psicologica.

Chiediamo pertanto alla politica di farsi più attenta nello scegliere i suoi interlocutori. Chiediamo che le associazioni che intendano proporsi come interlocutori della politica, che chiedono incontri con i parlamentari, che chiedono audizioni parlamentari siano soltanto quelle preventivamente accreditate dagli Uffici di Presidenza di Camera e Senato.

Sui criteri di accreditamento decidono ovviamente gi Uffici di Presidenza di Camera e Senato; ci sembra opportuno suggerire che tra i criteri di accreditamento sia prevista anche l’adesione e condivisione dei principi della Convenzione di Istanbul, di cui fa fede lo Statuto sociale di ciascuna associazione, con un articolo specifico che li richiami, così formulato:

Art. X – Adesione e condivisione dei principi della Convenzione di Istanbul

L’Associazione aderisce e condivide i principi della Convenzione di Istanbul, così elencati:

1) L’Associazione si impegna a proteggere le donne da ogni forma di violenza e prevenire, perseguire ed eliminare la violenza contro le donne e la violenza domestica;

2) L’Associazione si impegna a contribuire ad eliminare ogni forma di discriminazione contro le donne e promuovere la concreta parità tra i sessi, rafforzando l’autonomia e l’autodeterminazione delle donne;

3) L’Associazione si impegna a rispettare le politiche e le misure di protezione e di assistenza a favore di tutte le vittime di violenza contro le donne e di violenza domestica;

4) L’Associazione si impegna a sostenere e assistere le organizzazioni e autorità incaricate dell’applicazione della legge contro la violenza di genere, al fine di adottare un approccio integrato per l’eliminazione della violenza contro le donne e la violenza domestica.

Chi aderisce e condivide i principi contenuti nella Convenzione di Istanbul, di recente ratificata dalla Camera dei Deputati e dal Senato, viene accreditato e può dialogare con la politica; chi non la condivide è fuori dalla possibilità di influenzare la legislazione del Paese, non deve essergli data questa possibilità.

LA CONVENZIONE DI ISTANBUL

testoLa Convenzione di Istanbul è un documento sottoscritto dal Comitato dei Ministri dei paesi aderenti al Consiglio d’Europa il 7 aprile 2011 nella città di Istanbul e aperta alla firma dall’11 maggio 2011. Il titolo completo del documento è il seguente: “Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica”.

Come si può leggere nel preambolo, gli Stati europei “condannano ogni forma di violenza sulle donne e la violenza domestica”, riconoscono che “la violenza contro le donne ha natura strutturale” ed è una “manifestazione dei rapporti di forze storicamente diseguali tra i sessi” e che un elemento chiave di prevenzione della violenza contro le donne è il “raggiungimento dell’uguaglianza di genere”.

cameraLa Convenzione è stata poi sottoposta a ciascuno Stato per la sua ratifica; lo Stato italiano ha ratificato la Convenzione di Istanbul il 19 giugno 2013, quinto dopo Turchia, Albania, Portogallo e Momtenegro. Alla Camera la ratifica è stata unanime, al Senato c’è stata una sola astensione.

Contro la ratifica della Convenzione di Istanbul si sono virtualmente agitati gli sparuti gruppi maschilisti che nei loro forum e blog hanno sputato veleno contro il Parlamento della Repubblica italiana; ma non è questo che ci preoccupa. L’agitazione nelle fogne misogine può solo intorpidire ancora di più le loro menti.

ad_1Ciò che è maggiormente preoccupante sono i concetti del medesimo tenore espressi da associazioni che hanno poi la pretesa di divenire interlocutori della politica per giungere all’approvazione di leggi che vanno a incidere sul diritto di famiglia e quindi proprio sulla diseguaglianza di genere, che è all’origine della violenza contro le donne, perpetuandola mediante il ricatto esercitato sulle ex-mogli tramite l’affidamento dei figli.

In primo piano nel contestare al Parlamento della repubblica italiana la ratifica dellla Convenzione di Istanbul è l’associazione Adiantum, come si può vedere negli screen shot.

 

ad_2La domanda, ovvia e retorica, è la seguente: può un’associazione che nega la violenza di genere, che pubblica false statistiche sulla violenza di genere sostenendo che sono più frequenti i casi di violenza femminile sugli uomini, che condanna la ratifica della Convenzione di Istanbul da parte dello Stato italiano, può questa associazione sedere allo stesso tavolo con i Parlamentari della Repubblica italiana e discutere progetti di legge che si occupano di modificare il diritto di famiglia, cioè proprio le leggi che influenzano i rapporti di forza tra i due sessi?
ad_3La loro ideologia è quella patriarcale, maschilista e misogina, che nega la violenza di genere e la violenza domestica, è cioè l’ideologia delle false accuse, e questa ideologia verrà naturalmente travasata nei loro progetti di legge.

Si verificherà quindi il paradosso che da un lato l’Italia ratifica la Convenzione di Istanbul e dall’altro approva leggi che nella sostanza vanificano gli impegni assunti di fronte all’Europa nel contrasto alla violenza di genere.

Una soluzione a questo pastrocchio tipicamente italiano può essere la seguente: ciascuna associazione che intende dialogare con le istituzioni su temi che incidono sui rapporti di forza tra i sessi (diritto di famiglia, diritti civili, ecc) deve sottoscrivere un documento di adesione ai principi della Convenzione di Istanbul e deve impegnarsi a modificare il proprio statuto sociale in quel senso (es: “Art. XX: l’Associazione aderisce e condivide i principi espressi nella Convenzione di Istanbul”).

Chi non lo fa è fuori per sempre da ogni dialogo con le istituzioni.

QUESITI AL CTU E IN-GIUSTIZIA MINORILE (seconda parte)

ctuAltro aspetto critico, nei processi di affidamento dei minori, concerne i quesiti sulla valutazione della personalità dei genitori.

Il codice di procedura penale vieta espressamente indagini sulla personalità dell’imputato (art. 220 CPP: “… non sono ammesse perizie per stabilire … il carattere e la personalità dell’imputato e in genere le qualità psichiche indipendenti da cause patologiche”; è pur vero che per quanto concerne le cause di separazione siamo in ambito civilistico e che la CTU non è una perizia, ma forse criteri analogici suggerirebbero maggiore prudenza nella formulazione di quesiti circa indagini sulla personalità delle parti. Sono infatti molte le analogie tra perizia e CTU.

Un conto, infatti, è l’accertamento di eventuali patologie di natura psichica, dell’uno o dell’altro genitore, che potrebbero avere ripercussioni negative sull’esercizio della responsabilità genitoriale, altro conto è indagare la personalità degli ex-coniugi alla ricerca di non si sa cosa. Non esiste un manuale del perfetto genitore, né della personalità migliore che renda una persona un perfetto genitore; sembra la ricerca della pietra filosofale.

Entriamo con questo in un ambito normativo, cioè nella valutazione di ciò che è da ritenere normale e di ciò che non è da ritenere normale, cosa che esula totalmente dall’accertamento tecnico-scientifico su eventuali patologie; nel valutare la personalità dell’altro mettiamo in gioco la nostra stessa personalità e questo priva di oggettività scientifica l’indagine stessa sulla personalità dell’altro. L’altro ci potrà sembrare ‘istrionico’ se noi abbiamo difficoltà nostre soggettive nell’interagire con persone estroverse, ci potrà sembrare ‘narcisista’ se abbiamo scarso amor proprio o ci potrà sembrare ‘ossessivo’ se siamo persone alquanto disordinate e superficiali. Si tratta quindi di valutazioni soggettive del CTU e un giudizio in Tribunale non può essere fondato su valutazioni soggettive, sia pure espresse da personaggi autorevoli.

Anche se il giudice glielo chiede mediante la formulazione dei quesiti il CTU deve essere molto cauto nel formulare giudizi sulla personalità delle parti, e sarebbe meglio che si astenesse del tutto dal fornire una risposta a quesiti di tal fatta; non esiste una metodologia scientifica per formulare giudizi di personalità o di tratti di personalità, nemmeno tramite i test di personalità (MMPI o Rorschach) che possono dare informazioni sul funzionamento della personalità (MMPI), o anche su alcuni aspetti della struttura profonda della personalità (Rorschach), che comunque vanno sempre raccordate con l’indagine clinico-anamnestica e non sono sufficienti da sole a esprimere una valutazione clinica.

 E anche qualora indagini rettamente condotte portino alla conclusione che il genitore esaminato abbia, ad es., una ‘personalità istrionica’ (senza che la stessa si costituisca in disturbo di personalità, secondo la metodologia clinica corrente – DSM) a cosa serve questa informazione? Ad affermare che un soggetto con personalità istrionica non è un buon genitore? Togliamo i figli a tutti gli artisti e personaggi dello spettacolo, allora, visto che per fare il loro lavoro devono possedere necessariamente una personalità istrionica, più o meno pronunciata.

 È recente una sentenza della Suprema Corte di Cassazione, sia pure espressa in una vicenda affine a quella dell’affidamento di minori, nella quale la Suprema Corte pone due fondamentali principi di diritto (Corte di Cassazione, Sez. I Civile – sentenza 28 febbraio 2013, n. 5013).

 Il primo è il seguente:

 In base alla valorizzazione del legame naturale posto alla base dell’art. 1 della legge n. 183 del 1984, che attribuisce carattere prioritario al diritto del minore di crescere nella famiglia di origine, si impone un particolare rigore nella valutazione dello stato di adottabilità, che non può fondarsi su anomalie non gravi del carattere e della personalità dei genitori, comprese eventuali condizioni patologiche di natura mentale che non compromettano la capacità di allevare ed educare i figli.”

 E questo è il secondo:

 La prioritaria esigenza, per il figlio, di vivere, nei limiti del possibile, con i genitori biologici e di essere da loro allevato non è riconosciuta in astratto, ma è finalizzata allo sviluppo armonico del minore stesso, e presuppone quindi la concreta attitudine della famiglia biologica ad assicurare allo stesso il migliore apporto alla formazione ed allo sviluppo della sua personalità. Essa, pertanto, incontra i suoi limiti nell’oggettiva incapacità della famiglia di prestare le cure necessarie e di assicurare l’adempimento dell’obbligo di mantenere, educare ed istruire la prole, configurandosi in tal caso lo stato di abbandono, il quale ricorre non soltanto in presenza di un rifiuto intenzionale e irrevocabile di assolvere i doveri genitoriali, ma anche quando i genitori non siano in grado di garantire al minore quel minimo di cure materiali, calore affettivo, aiuto psicologico indispensabile per lo sviluppo e la formazione della sua personalità e questa situazione non sia dovuta a forza maggiore di carattere transitorio.”

 Si tratta di principi giuridici che, travasati nelle cause di affidamento dei minori, pongono paletti ben precisi all’operato dei CTU nella valutazione della capacità genitoriale dei genitori separati. La Suprema Corte afferma infatti che anomalie non gravi del carattere e della personalità dei genitori, comprese eventuali condizioni patologiche di natura mentale, non compromettono la capacità di allevare ed educare i figli.

 Vediamo invece CTU esprimersi disinvoltamente sull’incapacità genitoriale di una persona che, magari irritata da una vicenda giudiziaria senza fine, e senza senso, si mostra diffidente verso il CTU, pur non presentando né anomalie del carattere né alcuna patologia psichica.

Vediamo disquisizioni sul presunto innalzamento di qualche punto di una singola scala del test MMPI, che si mantiene comunque nel range della normalità ma che si vuole considerare patologico perché non si sa a cos’altro appigliarsi per sostenere la tesi dell’incapacità genitoriale di una persona.

Abbiamo visto di recente bambini splendidi, ben educati, ben curati, con ottimo rendimento scolastico e giudizi lusinghieri degli insegnanti, sottratti a genitori amorevoli sulla base di pure illazioni di noti CTU della capitale e inseriti in cosiddette case famiglia nelle quali sono regrediti paurosamente; o costretti a incontrare comunque il genitore rifutato e minacciati se non obbedivano di venire strappati al genitore amorevole e collocati in comunità per minori. Chi li risarcirà della loro infanzia rubata?

Ci è stata segnalata di recente una CTU nella quale cosiddetti esperti affermano che “il sig. … non presenta quadri psicopatologici e/o disturbi di personalità” ma poi, dopo qualche pagina, scrivono che il sig. … presenta dei “tratti di personalità di tipo ossessivo e di tipo narcisistico che interferiscono con la funzione genitoriale”; o addirittura abbiamo letto una diagnosi di delirio mistico fatta da un CTU pur in presenza di completa normalità di una batteria di test somministrati (Bender, MMPI-2, MCMI-III, Rorschach-Pralp3), se si esclude un aspetto di personalità di tipo ossessivo-compulsivo al McMillon.

 Crediamo sia oltremodo opportuno che tutti gli attori del processo di affidamento dei minori (giudici, psicologi, psichiatri, neuropsichiatri infantili, assistenti sociali, avvocati) facciano un passo indietro e rientrino nell’alveo di una prassi tecnico-giuridica corretta. Ogni processo di affidamento di minori comporta danni e sofferenze per la parti; l’obiettivo di tutti dev’essere quello di minimizzare questi danni e queste sofferenze. Solo una metodologia scientifica coerente è in grado di ridurre al minimo questi danni e mettere al riparo i tecnici da richieste di risarcimento dei danni provocati dalla loro superficialità.

QUESITI AL CTU E IN-GIUSTIZIA MINORILE (prima parte)

CTUNelle cause di separazione, quando c’è conflitto tra gli ex-coniugi circa l’affidamento dei figli, quando c’è rifiuto alla frequentazione di un genitore da parte dei figli, o anche successivamente alla separazione quando, dopo una regolare frequentazione insorgono delle difficoltà nella stessa, il genitore che si sente penalizzato ricorre al giudice della separazione per il ripristino del suo diritto di visita ai figli. E non mistifichiamo come al solito parlando di diritto dei figli alla bigenitorialità; chi ricorre al giudice lo fa per far valere un suo preteso diritto. Se la bigenitorialità è davvero un diritto dei figli, agli stessi va riconosciuta la facoltà di rinunciarvi.

Nella vicenda possono essere coinvolti i Servizi sociali, comunali o consultoriali, con il compito di svolgere un’indagine sociale, magari esperire tentativi di mediazione tra le parti, e poi relazionare al giudice. Molto spesso però i Servizi sociali vanno ben al di là del mandato ricevuto lanciandosi in illazioni sulla presenza di disturbi nel bambino o nei genitori, di manipolazione psicologica del minore da parte di un genitore, ecc., improvvisandosi d’emblée specialisti nel fare diagnosi di malattie inesistenti (alienazione genitoriale soprattutto, ma anche sindrome della madre malevola, sindrome di Münchausen per procura, ecc.).

Una breve parentesi.

Gli operatori dei Servizi sociali (assistenti sociali e psicologi) sono dipendenti dei Comuni o delle ASL, e come tali pubblici ufficiali; se nel corso del loro lavoro, quindi nell’esercizio delle loro funzioni, rilevano una situazione che si può configurare come reato (è il caso della sospetta manipolazione psicologica del minore che costituisce un reato di maltrattamento – art. 572 CP) hanno l’obbligo di inviare un referto al Pubblico ministero; obbligo al quale il pubblico ufficiale non si può sottrarre. Ma non è di questo che intendiamo parlare, quanto sopra è scritto per completezza, per meglio inquadrare la questione.

Il giudice della separazione o il giudice minorile, in seguito al ricorso della parte o alla relazione dei servizi sociali, di solito dispone una CTU al fine di acquisire dati tecnici che gli siano di ausilio nella decisione, incaricando uno specialista (psicologo, psichiatra, neuropsichiatra infantile) di svolgerla.

La peculiarità dell’attività richiesta al CTU sta nel fatto che essa ha natura e contenuto prettamente professionale, per lo più sostanziandosi in una prestazione d’opera intellettuale, svolta però nell’interesse non di una parte privata o di un soggetto giuridico individuato e individuabile quale sua controparte contrattuale, ma piuttosto nell’interesse della giustizia rappresentata in concreto dall’ufficio del giudice”. (http://fiere24.ilsole24ore.com/professioni24/ediliziaambiente/ediliziaimmobili/news/CTU.html).

La CTU è difatti un accertamento che si propone di fornire al giudice nozioni tecniche che gli siano di ausilio nella decisione; non è un anticipo della decisione del giudice, non è un procedimento succedaneo del giudizio, che si svolge solo e soltanto innanzi alla Corte. Il giudice formula dei quesiti di natura tecnica ai quali il CTU deve dare risposta attingendo alla sue conoscenze e secondo la metodologia propria della sua disciplina, e assegna un termine per il deposito della relazione finale. Molto spesso però i quesiti formulati dal giudice nei processi di affidamento dei minori vanno al di là del mero accertamento tecnico; ne riportiamo alcuni esempi.

“… accertare … quale sia il regime più favorevole allo sviluppo equilibrato dei minori”.

dica il ctu … quale sia il regime di affidamento più adatto per i bambini, … quale sia la collocazione più idonea e le modalità di frequentazione con il genitore eventualmente affidatario o non collocatario”.

“… stabilisca quali siano le migliori condizioni, nell’esclusivo interesse della minore, di affidamento della stessa e quali le migliori modalità di visita e frequentazione del genitore non collocatario”.

Indichi il CTU il miglior regime di vita e di rapporti fra il minore e i genitori.

Come si può leggere, così formulati, i quesiti vanno ben oltre l’accertamento tecnico ma si spingono a chiedere al CTU di fornire risposte che sono invece di stretta competenza del magistrato, chiedono di formulare dei giudizi sulle vicende oggetto di causa, sono anticipazioni del giudizio. Ciò dovrebbe essere contestato dal CTU ma questi se ne guarda bene sia perché, se lo facesse, rischierebbe di non ricevere altri incarichi, sia perché, sentendosi investito di questo compito di ‘vice-giudice’, se ne sente gratificato nel suo ego.

 Riteniamo che debba essere compito dell’avvocato della parte resistente contestare la formulazione di quesiti che non si limitano a chiedere al CTU di fornire risposte di natura tecnica che possano essere di ausilio nella decisione del giudice ma chiedono al CTU di dare risposte che esulano dai suoi compiti di accertamento tecnico, che sono invece di stretta competenza del magistrato che deve giudicare e rappresentano un’anticipazione del giudizio (modalità di affidamento dei minori, frequentazione con il genitore non collocatario o non affidatario, ecc).

 È possibile che l’opposizione non venga ammessa o venga rigettata; ma così si crea la premessa per il ricorso in Appello e se il caso anche in Cassazione. Se i giudici di merito ritengono ben formulati i quesiti al CTU non su accertamenti tecnici ma su questioni squisitamente giudiziarie (modalità di affidamento dei minori, frequentazione con i due genitori, ecc.) sarà pure il caso di sentire cosa ne pensano i magistrati della Suprema Corte di Cassazione.

 Molto spesso il CTU si spinge anche, nel corso delle operazioni peritali, a svolgere compiti di mediazione (es. intervenendo per facilitare la frequentazione tra genitore e bambino) che non solo non gli competono ma sono incompatibili con la funzione stessa di CTU; le due funzioni sono infatti incompatibili. Si rimanda a un documento che precisa molto bene i rispettivi compiti, del CTU e del mediatore familiare (Ciofi R: Consulenza tecnica d’ufficio e mediazione – http://www.studiociofi.it/docs/20090220_ciofi_ct.pdf).

 Anche questo aspetto andrebbe immediatamente contestato dal CTP che deve tempestivamente segnalare all’avvocato della parte gli eventuali interventi del CTU incompatibili con l’ufficio di CTU; l’avvocato saprà come regolarsi più opportunamente. Una CTU non correttamente condotta può essere annullata e in tal caso il CTU è tenuto a restituire alle parti quanto da lui incassato, oltre l’eventuale risarcimento dei danni.

A VOLTE RITORNANO

zombieSembra la trama di un film horror, infatti; sconfitti nella precedente legislatura, quando la protesta sociale ha consentito di non far approvare il DDL 957 e le sue innumerevoli varianti-fotocopia (PDL 2209, DDL 2454, DDL 2800, DDL 3289, PDL 5257 e PDL 5561) gli zombie del patriarcato si sono rifatti vivi; come novelli vampiri hanno scelto sangue giovane, questa volta, e cioè i parlamentari neo-eletti del Movimento 5 Stelle.

Non sappiamo se vi siano stati accordi pre-elettorali o addirittura si possa parlare di voto di scambio, come alcuni paventano (noi siamo convinti di no) ma di certo vi è che i neo-parlamentari ci sono cascati in pieno.

Ci riferiamo al Progetto di Legge n° 1403 presentato il 22 luglio 2013 dall’On. Bonafede e sottoscritto da altri parlamentari del movimento 5 Stelle; un’anticipazione l’aveva concessa alla stampa il promotore di questi rifiuti tossici parlando di un’intesa trasversale di tutte le forze politiche per giungere all’approvazione del cosiddetto condiviso-bis grazie a una nuova proposta di legge la cui relatrice sarebbe dovuta essere una parlamentare del Partito Democratico. Solito millantato credito.

Com’è ormai ben noto, a partire dal 2006, dopo l’approvazione della famigerata legge n° 54, i procedimenti giudiziari per separazioni conflittuali si sono particolarmente inaspriti, viene inesorabilmente tirata in ballo la famigerata PAS (sindrome di alienazione genitoriale) e la conclusione è che sempre più bambini vengono sottratti alle famiglie e inseriti in comunità per venire ‘resettati’ o ‘scollegati’, secondo le parole dei tecnici sempre più massicciamente chiamati in causa, perché ritenuti alienati dalle loro madri, ovvero manipolati psicologicamente. Non parliamo in questa sede delle metodologie seguite dai tecnici per rilevare questa presunta manipolazione, affronteremo la questione in un altro post.

Di fatto, molti hanno fiutato l’affare delle comunità per minori (le rette giornaliere viaggiano tra i 100 e i 200 euro al giorno) e vi ci sono buttati a capofitto; da qui l’insistenza per mantenere e rendere più rigido l’attuale sistema, si tratta per questi soggetti di mantenere in piedi e allargare il loro business.

I parlamentari firmatari dalla proposta di legge di cui dicevamo all’inizio sono stati raggirati per bene dai lobbisti delle associazioni dei padri separati e hanno firmato pensando di fare una cosa utile alle famiglie e ai bambini; invece non solo quella proposta di legge è una trappola infernale per le famiglie e i bambini, ma apre anche una voragine di spesa pubblica incontrollabile.

I decreti per l’inserimento dei minori in comunità sono infatti emessi dai giudici e ad essi i comuni, destinatari degli stessi, sono tenuti a dare seguito con i loro mezzi (assistenti sociali, polizia municipale e se il caso anche forza publica) ma soprattutto devono farsi carico della relativa retta di degenza se la famiglia non è in grado di pagare.

Nella sostanza, i parlamentari del Movimento 5 Stelle, votati dai loro elettori per ridimensionare la spesa pubblica, presentano un progetto di legge destinato a moltiplicare in maniera incotrollabile la spesa pubblica; le ordinanze dei giudici vanno infatti eseguite e non possono essere soggette a controllo alcuno. Tutto denaro pubblico che andrà a riempire i portafogli dei parassiti delle associazioni dei padri separati.

Nemesi è una dea alquanto singolare: la relatrice del precedente DDL 957 non è stata rieletta, e lo stesso partito cui i padri separati avevano affidato le sorti delle loro proposte di legge nella precedente legislatura, Fratelli d’Italia, ha avuto una batosta che non dimenticherà facilmente. Pensateci, parlamentari del Movimento 5 Stelle.

BONAFEDE ed altri: “Modifiche al codice civile e al codice di procedura civile in materia di affidamento condiviso dei figli e di mediazione familiare” (1403 del 22 luglio 2013), presentato dal deputato BONAFEDE Alfonso, m5s e firmato dai seguenti deputati: MANTERO Matteo, m5s, FRACCARO Riccardo, m5s, AGOSTINELLI Donatella, m5s, BUSINAROLO Francesca, m5s, COLLETTI Andrea, m5s, FERRARESI Vittorio, m5s, MICILLO Salvatore, m5s, SARTI Giulia, m5s, TURCO Tancredi, m5s, D’INCA’ Federico, m5s, CARIELLO Francesco Natura, m5s.

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